La diffusione dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro sta modificando le dinamiche del mercato, ma non necessariamente riducendo il numero di posti disponibili. Secondo un’analisi di The Economist, l’AI ha finora contribuito alla creazione di circa un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti, a fronte di circa 200 mila licenziamenti attribuibili alla tecnologia dalla metà del 2023. La stima include anche gli effetti indiretti dell’enorme investimento necessario per far funzionare l’AI, come data center, sistemi di raffreddamento, server e reti elettriche. In Umbria, il 51,3% dell’occupazione appartiene a professioni ad alta esposizione all’AI, un dato che mette in luce la trasformazione in atto.
Un mercato in evoluzione, non in crisi
La tecnologia non sta annientando il lavoro, ma lo sta trasformando. Secondo Robert Seamans, docente della New York University, si distinguono tre effetti: lavori che diventano obsoleti, lavori che vengono creati e lavori che vengono trasformati. La terza categoria, sostiene, è di gran lunga la più grande. Il rischio non è necessariamente un esercito improvviso di disoccupati, ma un mercato del lavoro nel quale si entra più difficilmente, dove una parte delle mansioni viene automatizzata e aumenta il ricorso a collaboratori esterni e freelance.
Un’analisi dello Stanford Institute for Economic Policy Research mostra che dal 2022 la disoccupazione tra il 20% dei lavoratori più esposti all’AI è aumentata di 0,77 punti percentuali, meno degli 0,85 punti registrati tra il 20% meno esposto. Anche Stanford invita a non leggere questi numeri come una prova definitiva, poiché le statistiche sul lavoro arrivano con ritardo e non consentono sempre di isolare l’effetto di una singola tecnologia. La trasformazione si sta quindi manifestando soprattutto nella natura del lavoro, con aziende che accorpano mansioni, riducono le assunzioni per attività automatizzabili e chiedono competenze più alte a chi entra.
Le competenze diventano un fattore chiave
La Banca d’Italia ha evidenziato che in Umbria, il 22% degli occupati in professioni considerate potenzialmente sostituibili dall’AI, contro il 24% nazionale. La differenza dipende più dal tipo di professioni presenti nei diversi settori che dalla composizione settoriale dell’economia regionale. L’esposizione cresce con il livello di istruzione: in Umbria è altamente esposto all’AI circa l’80% dei lavoratori laureati, ma per la maggior parte si tratta di esposizione complementare, cioè di professioni nelle quali l’AI può affiancare il lavoratore.
La regione si distingue anche per un’alta percentuale di giovani che studiano: tra i residenti umbri di 19-25 anni, il 43% è iscritto all’università, contro il 39,7% della media nazionale. Questo suggerisce che una parte consistente dei giovani che oggi studiano in Umbria si prepara a entrare proprio nei lavori che l’AI può trasformare più profondamente. Istat rileva che quasi il 60% delle imprese che hanno valutato investimenti in AI ma poi non li hanno realizzati indica nella mancanza di competenze adeguate uno dei principali freni.
La preoccupazione del professore del MIT Paul Osterman è che l’AI potrebbe rendere più facile per le imprese comprare singole prestazioni invece di assumere persone e costruire percorsi professionali interni. Ciò potrebbe portare a una maggiore frammentazione del mercato del lavoro, con una distanza crescente tra chi riesce ad acquisire le competenze richieste e chi resta fuori dal nuovo mercato. La questione non è solo quanti posti di lavoro vengono persi, ma soprattutto come cambiano quelli che restano e chi riesce ancora a entrarci.



