Mediaset e alcuni dei suoi principali volti, tra cui Maria De Filippi, Silvia Toffanin e Gerry Scotti, hanno intentato una causa civile contro Fabrizio Corona, richiedendo un risarcimento complessivo di 160 milioni di euro. La prima udienza del procedimento è fissata al 20 ottobre a Milano, davanti alla giudice Stefania Novelli del Tribunale civile. L’azione legale nasce da una puntata di Falsissimo del 26 gennaio scorso, considerata dagli avvocati dei ricorrenti come l’origine di contenuti ritenuti lesivi della loro immagine e reputazione.
Contenuti diffusi nella puntata di Falsissimo
La causa si basa su una serie di affermazioni contenute nella puntata di Falsissimo del 26 gennaio, che i ricorrenti ritengono essere state gravemente lesive. Gli avvocati di Mediaset e dei suoi rappresentanti sostengono che nella trasmissione non sarebbero state utilizzate le cautele linguistiche richiamate successivamente dalla difesa di Corona, come “forse” o “presumibilmente”. Secondo la memoria depositata, il “resoconto edulcorato” proposto dalla controparte non ha nulla a che fare con le affermazioni realmente propalate nel corso della puntata.
La difesa di Corona e le accuse di svincolamento da regole
La difesa di Fabrizio Corona sostiene che l’ex agente fotografico si sia “predisposto deliberatamente al di fuori di qualsivoglia contesto regolamentato”, sfruttando i nuovi mezzi di comunicazione e operando “svincolato da qualsiasi regola etica e deontologica”. La difesa sostiene che Corona abbia agito senza alcun rispetto per le norme deontologiche. Gli avvocati dei ricorrenti contestano questa posizione, affermando che le accuse sarebbero state riproposte anche sui social, in televisione e durante il tour teatrale di Corona. Nella memoria depositata, si sostiene che Corona avrebbe continuato “con lo stesso accanimento, la stessa violenza verbale, la stessa prepotenza” a diffondere “le medesime invettive, accuse e insinuazioni”.
La difesa di Corona ha introdotto anche il tema della presunta concorrenza sleale, sostenendo che alcune diffide inviate agli organizzatori di spettacoli e serate avrebbero esercitato pressioni tali da provocare la cancellazione di diversi appuntamenti professionali. Mediaset contesta questa tesi, affermando che non esiste alcun rapporto di concorrenzialità tra le parti. Le diffide sarebbero state definite “attività del tutto lecita” e “legittime reazioni precauzionali volte a evitare la reiterazione di illeciti già compiuti”. La richiesta di 160 milioni di euro, a titolo di danni reputazionali e patrimoniali, resterà al centro del procedimento, con l’eventuale riconoscimento a carico del giudice. La causa, che coinvolge Mediaset, Marina e Pier Silvio Berlusconi, rappresenta una delle più significative azioni legali del settore televisivo italiano, con implicazioni che potrebbero estendersi a diversi ambiti della comunicazione e della deontologia.



