La riforma approvata a luglio sul reclutamento dei docenti universitari ha reso più nazionale il sistema di selezione, ma non ha eliminato il problema dell’inserimento locale. La legge 129/2026 ha modificato le commissioni di valutazione, introducendo un sorteggio nazionale per la selezione dei candidati esterni, riducendo il peso delle connessioni interne. Tuttavia, il problema non si risolve con il concorso: il nuovo docente, pur selezionato a livello nazionale, si trova spesso a dover affrontare un ambiente locale già strutturato, con informazioni e relazioni che non sono sempre accessibili. Questo crea un divario tra chi è già presente e chi arriva da fuori, con costi diversi per l’integrazione.
Un mercato ancora interno
Il mercato del reclutamento universitario, pur diventando più nazionale, rimane in gran parte interno. L’indicatore P24, che misura la percentuale di professori assunti da fuori dall’ateneo, mostra che il reclutamento esterno è ancora minoritario. Il 14,3 per cento dei professori è reclutato dall’esterno, ma solo il 14,3 per cento, e 54 atenei su 62 hanno un P24 inferiore al 20 per cento. Questo indica che, nonostante le nuove norme, la maggior parte dei docenti viene selezionata all’interno dell’ateneo. Il denominatore di P24 include anche le promozioni interne, che sono volute dal sistema e non sempre rappresentano un blocco al reclutamento esterno.
Il decreto ministeriale 193 del 2026 ha assegnato agli atenei 1.694 posizioni di ricercatore in tenure track per il biennio 2026-2027, ripartite in proporzione ai 7.402 ricercatori a tempo determinato di tipo A in servizio al 31 dicembre 2024. Questi ricercatori, se promossi, entreranno nel denominatore di P24 e non nel numeratore, riducendo l’indicatore di tutti gli atenei. Tuttavia, non spiega le differenze tra atenei, che rimangono comunque basse. I ricercatori a tempo determinato, pur essendo una risorsa importante, non sembrano influenzare significativamente il reclutamento esterno.
Il problema del giorno dopo
Se la riforma funziona, aumenteranno i vincitori che arrivano da un altro ateneo o da un’altra regione. Tuttavia, il giorno della presa di servizio, i quattro commissari esterni spariscono. La didattica, le informazioni amministrative, gli spazi e le risorse tornano locali. Chi arriva sostiene un costo di accesso a una rete già formata: procedure note agli insiders, informazioni che circolano informalmente, relazioni e reciprocità costruite negli anni. Per chi è già dentro, questi costi sono quasi invisibili; per chi arriva, possono essere rilevanti.
Il ministero ha il potere di incentivare i trasferimenti tra atenei, ma il canale di uscita esiste solo se entrambe le università danno il loro consenso. Non è un diritto del docente, ma un accordo tra atenei. La legge prevede che la valutazione Anvur dei vincitori avvenga a tre anni dalla presa di servizio, e che il trasferimento consensuale sia possibile dopo cinque anni. Questo crea una possibilità di uscita, ma non è sufficiente a modificare l’equilibrio del mercato.
La riforma ha reso il reclutamento più nazionale, ma non ha risolto il problema dell’inserimento locale. Il mercato del docente universitario rimane in gran parte interno, con un reclutamento esterno che non copre la maggior parte dei posti. La legge ha introdotto nuove norme, ma il problema del giorno dopo resta: chi arriva da fuori deve affrontare un ambiente già strutturato, con informazioni e relazioni che non sono sempre accessibili. La riforma ha dato una risposta al reclutamento, ma non ha ancora risposto al problema dell’integrazione.



