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martedì 22 Settembre 2026

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Supporto ai caregiver familiari: il bisogno va oltre l’economico

Il bisogno dei caregiver familiari va oltre l’economico: un supporto reale e non solo monetario è essenziale.

Il tema dei caregiver familiari si fa sempre più urgente, con numeri che testimoniano un bisogno reale e non solo economico. Mentre il disegno di legge sui caregiver familiari è all’esame della Camera, i requisiti per accedere al sostegno economico sono quelli di chi non ha via d’uscita. Tuttavia, il problema va ben oltre la semplice questione finanziaria: chi si prende cura di un familiare, spesso in condizioni di salute critica, ha bisogno di una porta, di un momento di respiro, di una possibilità di essere altro. La cura, come ha sottolineato Heidegger, è il modo stesso in cui esistiamo, ma non può essere sostenuta solo con denaro.

La cura come forma di esistenza

La filosofa Eva Feder Kittay ha introdotto il concetto di doulia, un principio che sottolinea il diritto di chi si prende cura di qualcuno a essere a sua volta curato. Questo non è solo un’idea teorica, ma una realtà concreta: la catena di dipendenze annidata tra chi si prende cura e chi riceve la cura è una responsabilità pubblica, che una società giusta deve organizzare, non lasciando il peso solo all’eroismo privato delle famiglie, quasi sempre delle donne. La legge, pur se importante, non è sufficiente se non si pensa a un supporto reale, non solo monetario.

Un carico che non si può sostenere

La vita di un caregiver è spesso un’esperienza di sovraffaticamento. E dedica almeno 91 ore alla settimana all’assistenza: 13 al giorno, ogni giorno, domeniche comprese. Questo carico, se non accompagnato da un sollievo reale, diventa insopportabile. Una persona può reggere un carico enorme quando vede una tregua all’orizzonte, ma lo stesso carico si fa insopportabile quando si presenta come l’unico futuro possibile. I numeri confermano questa realtà: il 42 per cento dei genitori che si prendono cura di figli con disabilità o malattie croniche ha avuto pensieri o comportamenti suicidari durante gli anni di assistenza, e più della metà di loro non ne ha mai parlato con nessuno.

Questi dati, raccolti da uno studio pubblicato su Archives of Suicide Research, sono un allarme per la società. La percezione di trovarsi in una situazione dolorosa da cui si vorrebbe uscire senza immaginare una via d’uscita, detta entrapment, è una realtà che non può essere ignorata. Il sostegno economico, pur necessario, non basta se non si pensa a un sistema che permetta a chi si prende cura di un familiare di non sentirsi solo, di non essere costretti a scegliere tra lavoro, vita personale e cura.

Un’idea di giustizia sociale

La legge costruisce i suoi requisiti in modo che il diritto spetti a chi ha già perso ogni via d’uscita, con la vita intera assorbita dall’assistenza. Ma è proprio questa condizione che richiede un intervento più ampio. La società non può permettersi di lasciare il peso della cura solo alle famiglie, quasi sempre alle donne. Il supporto deve essere un diritto, non un privilegio. La filosofia, come la favola di Cura e Giove, ci ricorda che la cura non deve essere dimenticata, né lasciata sola con la sua creatura. Tocca a noi rimediare a questa dimenticanza, creando un sistema che non solo sostenga economicamente i caregiver, ma li liberi dal carico totale.

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