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martedì 22 Settembre 2026

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Cronaca

La violenza come spettacolo: il bisogno di apparire e il vuoto che cresce

Un’analisi sulla violenza giovanile come forma di visibilità, tra spettacolo e senso di esistere.

La violenza, oggi, sembra spesso guidata non da una causa, ma dal bisogno di apparire. È questa una delle forme più inquietanti che si osserva nella società contemporanea, dove il gesto violento si trasforma in spettacolo e lo spettacolo in identità. Un episodio recente, avvenuto in una scuola di Centocelle (Roma), ha messo in luce un fenomeno che sembra crescere: giovani che aggrediscono e filmano per essere visti, non per una ragione concreta. Il loro obiettivo non è combattere per un’idea, ma semplicemente esistere attraverso un gesto che attiri l’attenzione.

Il bisogno di apparire e il vuoto che cresce

La violenza, in questo contesto, non è più un atto di protesta o di ribellione, ma una forma di comunicazione che cerca di superare il vuoto. In una società in cui l’immagine è più importante del valore reale, il gesto violento può diventare una scorciatoia per la visibilità. Un pugno, un video, un’aggressione: tutti elementi che, se condivisi, possono trasformarsi in una storia, in un commento, in un’esperienza condivisa. Il protagonista negativo, paradossalmente, diventa protagonista. È un film, è una fiction, e il pubblico, pur non condividendo l’atto, lo osserva, lo commenta, lo condivide.

La vita sembra ridursi alla ricerca dello stimolo successivo. Essere notati, essere commentati, essere riconosciuti. Anche negativamente, purché qualcuno guardi. È questa una forma di esistenza che non ha senso, ma che sembra essere l’unica che si possa vivere. Il problema non è solo la violenza, ma il vuoto che la accompagna. Un vuoto che si fa strada quando non esiste più un orizzonte, quando non c’è più una direzione, quando non si sa più per che cosa vale la pena vivere.

Un’identità costruita attraverso l’attenzione

La trasgressione giovanile, in passato, aveva un senso: si cercava uno scontro con qualcosa, con un’ideologia, con un’utopia. Oggi, invece, sembra che si cerchi solo di esistere attraverso un gesto capace di attirare l’attenzione. Non si combatte per un’idea, ma si cerca di esistere attraverso un’azione che produca visibilità. La società delle immagini, con i suoi canali di comunicazione, ha reso il pubblico sempre più presente, ma anche più distante. L’attenzione, in questo caso, non è un riconoscimento, ma un’arma. Un’arma che può trasformare un limite in un ostacolo da abbattere.

La vita acquista senso quando qualcosa vale più dell’immagine che diamo di noi stessi. Può essere un amore, un’amicizia, un lavoro fatto bene, una passione, una responsabilità, un ideale, una comunità. Può essere anche semplicemente il desiderio di diventare, lentamente, una persona migliore di quella che si era ieri. Forse la vera emergenza non è soltanto quella delle risse, delle aggressioni o delle violenze filmate. È l’emergenza di una generazione — o di una società intera — alla quale dobbiamo tornare a offrire ragioni per costruire invece che per distruggere.

Per tornare a offrire ragioni per costruire, invece che per distruggere, è necessario tornare a chiedere ai giovani — e forse prima ancora agli adulti — una domanda che la società contemporanea sembra aver smarrito: per che cosa vale la pena vivere? La vita, in questo contesto, sembra ridursi alla ricerca dello stimolo successivo. Essere notati. Essere commentati. Essere riconosciuti. Anche negativamente, purché qualcuno guardi. La società, con le sue immagini di successo, di ricchezza e di popolarità, rischia di lasciare nell’ombra tutto ciò che richiede tempo: costruire una competenza, imparare un mestiere, coltivare un rapporto, leggere, studiare, fallire e ricominciare. Sono esperienze poco spettacolari, ma proprio quelle che costruiscono una persona. Quando invece manca una direzione, l’esistenza può ridursi alla ricerca dello stimolo successivo. Essere notati. Essere commentati. Essere riconosciuti. Anche negativamente, purché qualcuno guardi.

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