Nel contesto della Russia di Putin, i boss mafiosi ceceni sembrano trovare un sostegno crescente dagli apparati di sicurezza, come rivelato da fonti anonime. Un ricercato ceceno, Akhmed Dombaev, detto Akhmed Shalinsky, è tornato a Mosca dopo cinque anni accompagnato da almeno venti uomini armati, segno di un potere che si rafforza nonostante le accuse e le condanne. Dombaev, noto come «ladro in legge», è un leader della criminalità post-sovietica con un codice d’onore e un ruolo di arbitro tra i clan. La sua presenza a Mosca ha riaperto lo scontro tra i vecchi capi della criminalità e ha messo in luce come il potere mafioso dipenda sempre più dalle protezioni dello Stato.
Un sistema di potere complesso
Secondo il sito russo Rucriminal.info e il canale VChK-OGPU, il ritorno di Dombaev a Mosca sarebbe stato facilitato dall’FSB, il servizio segreto interno russo. Il racconto si basa su fonti anonime e non è verificabile in modo indipendente, ma se fosse vero, spiegherebbe bene come funziona oggi il rapporto tra mafia e potere in Russia. Dombaev è nella lista federale dei ricercati proprio per il suo ruolo nella gerarchia criminale, ma si muove per Mosca come se nulla fosse, grazie a un cambio di guardia all’FSB che ha portato a un sostituto più favorevole.
La mafia post-sovietica, che per anni ha investito e riciclato in Spagna, sembra sempre meno un nemico dello Stato e sempre più un interlocutore, o uno strumento, dei servizi. Dombaev ha rapporti con gli apparati fin da giovane, essendo stato condannato per aver assaltato camion di merci insieme a un ufficiale dell’FSB. Il momento sembra ideale per lui, visto che la mafia azera di Mosca è senza una guida: un boss è un «pensionato» senza peso, un altro è stato arrestato a luglio per estorsione, un altro ancora è stato confinato a Pyatigorsk dall’FSB.
La sua presenza a Mosca segna un cambiamento nel potere mafioso.
Un rischio per chi non riconosce il potere
Ed è qui che entra in scena Kalashov, un altro leader della criminalità. Nel 2021, a un summit in Grecia con oltre venticinque ladri in legge, Dombaev fu accusato in sua assenza di aver sottratto 150 milioni di rubli alla cassa comune della malavita. Le foto della sua villa in Cecenia, con le stelle dei ladri sui cancelli, furono mostrate come prova. La decisione di sospendere il titolo fu comunicata in tutto il sistema penitenziario, ma Dombaev non l’ha mai accettata. Oggi si presenta solo come «ladro in legge» e sfida chiunque a contestarlo.
Non riconoscerlo significa scontrarsi con un uomo che ha una piccola armata e l’appoggio delle autorità. Riconoscerlo o far finta di niente significa smentire chi partecipò al summit in Grecia. La mafia post-sovietica, che per anni ha investito e riciclato in Spagna, sembra sempre meno un nemico dello Stato e sempre più un interlocutore, o uno strumento, dei servizi. Non ci sono prove pubbliche che Kalashov stia ricostruendo un clan, e Rucriminal è un sito di dossier che cita fonti non identificate.
La sua posizione potrebbe influenzare la successione dei boss mafiosi.
Se il quadro fosse anche solo in parte esatto, la successione ai vecchi boss dopo l’Ucraina non si giocherebbe solo tra clan, ma anche negli uffici dell’FSB. Il rapporto tra mafia e potere in Russia appare sempre più intricato, con i boss mafiosi che si avvalgono del sostegno di apparati di sicurezza per mantenere il controllo del territorio.



