La Germania ha mostrato due volti sempre più difficili da tenere insieme nella stessa giornata elettorale. A Berlino, la sinistra ha vinto con un risultato senza precedenti, mentre nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, la destra populista ha conquistato il primo posto. Questi due risultati segnano una frattura strutturale nel mondo occidentale, con la capitale post-industriale che si radicalizza a sinistra e la regione-provincia lontana dal centro che si sposta verso destra. La contrapposizione tra Berlino e Meclemburgo non rappresenta solo due preferenze elettorali, ma due collocazioni opposte dentro la modernità europea.
La città progressista e la sua crisi abitativa
La vittoria di Die Linke a Berlino è stata interpretata come il ritorno di una sinistra capace di parlare nuovamente al “popolo”, ma la vittoria è maturata all’interno di un’ecosistema già di sinistra. La campagna di Elif Eralp ha messo al centro un tema materiale e immediatamente comprensibile come la casa, evitando il repertorio più astratto del progressismo culturale. Berlino, come ogni grande capitale europea, è una città di affittuari: circa l’85% delle famiglie vive in affitto, e la crisi abitativa è diventata uno dei primi problemi politici della capitale. La proposta simbolo della Linke resta l’attuazione del referendum del 2021 sulla socializzazione di circa 220mila appartamenti appartenenti ai grandi gruppi immobiliari.
La “questione affitti” tiene insieme soggetti sociali diversi: studenti, giovani precari, lavoratori dei servizi, immigrati naturalizzati, ceto medio impoverito, professionisti culturali, attivisti, famiglie senza proprietà. Non serve condividere la stessa visione del mondo per concordare sul fatto che una quota crescente del reddito venga assorbita dalla casa. La Linke è riuscita a trasformare questo disagio in mobilitazione politica, parlando una lingua più concreta di quella usata per anni da una certa sinistra ossessionata da linguaggio, rappresentazione e identità. Ma sarebbe ingenuo scambiare questo risultato per qualcosa che non è.
La provincia povera e la sua fragilità
Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore racconta l’altra faccia della Germania. Qui l’AfD non intercetta semplicemente un umore “reazionario” o un voto di protesta senza radici. Interpeta un sentimento di abbandono territoriale che attraversa molte regioni dell’Est tedesco: dopo la riunificazione, ampie aree orientali hanno conosciuto deindustrializzazione, emigrazione giovanile, invecchiamento, indebolimento dei servizi e perdita di centralità. Quando i giovani istruiti se ne vanno, oltre alla forza lavoro sparisce capitale simbolico, si indebolisce la trasmissione sociale, si riduce la capacità del territorio di rappresentare se stesso.
Ma qui occorre evitare un errore speculare: la provincia povera non è automaticamente più lucida della metropoli. Spesso è semplicemente più esposta ai costi della globalizzazione, e proprio da questa posizione esposta vede ciò che la metropoli tende a rimuovere: il costo della deindustrializzazione, la fragilità demografica, la perdita di sovranità economica, l’impatto dell’immigrazione fuori dai quartieri-vetrina dell’inclusione, la distanza dello Stato, la chiusura degli ospedali, la scomparsa dei servizi, la fine di un mondo in cui lavoro, comunità, famiglia e territorio erano ancora legati.
La metropoli vive la modernità come mobilità, riconoscimento, apertura, consumo culturale e redistribuzione morale. Il territorio periferico la sperimenta molto più spesso come sottrazione: meno industria, meno giovani, meno trasporti, meno medici, meno scuole, meno futuro. La città progressista non è più città operaia. È qui che bisogna superare la lettura senz’altro più banale, che pure ha monopolizzato le analisi negli ultimi vent’anni: città uguale sinistra colta, provincia uguale destra reazionaria. La grande città europea non vota progressista perché sia ontologicamente più intelligente, più civile o più morale. Vota progressista perché la sua composizione sociale è cambiata di pari passo con la conversione della metropoli da luogo della produzione materiale a sito della produzione simbolica, della rendita, del consumo culturale, del welfare, dell’università, della burocrazia, dei servizi avanzati, della comunicazione e dell’amministrazione. Dire che la città è semplicemente un ambiente “parassitario” sarebbe polemicamente azzeccato ma comunque riduttivo per chi si pone seriamente la questione.



