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mercoledì 23 Settembre 2026

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Guerra e ambiente: il legame tra conflitti e crisi climatica

Il libro “Disarmo climatico” svela il legame tra guerra, militarizzazione e crisi ambientale.

Il libro-inchiesta “Disarmo climatico”, pubblicato il 23 settembre 2026, mette in luce il legame tra conflitti, militarizzazione e crisi ambientale. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della “Rete italiana Pace e Disarmo”, sottolinea come le guerre devastino gli ecosistemi e il cambiamento climatico alimenti nuove tensioni. L’ambiente e il territorio sono messi direttamente nel mirino degli eserciti, con attacchi deliberati a impianti industriali, petroliferi o energetici, e distruzione di infrastrutture agricole, che aumentano la vulnerabilità delle comunità rurali.

La crisi ambientale e il conflitto armato

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, dall’inizio di questo secolo il mondo ha visto oltre 2.500 disastri ambientali e almeno 40 conflitti gravi. Questi eventi hanno colpito più di due miliardi di persone, distruggendo infrastrutture e provocando spostamenti forzati. L’impatto sull’ambiente della guerra nel momento dei combattimenti può comprendere vari aspetti, e dipende ovviamente dalla scala e dall’intensità del conflitto, oltre che dalla sua durata. Il Conflict and Environment Observatory ha descritto con chiarezza gli impatti negativi sull’ambiente di una guerra su larga scala: i conflitti ad alta intensità richiedono enormi quantità di carburante e generano quindi massicce emissioni di gas climalteranti. Il movimento su larga scala di mezzi militari e l’impiego continuativo di armamenti pesanti alterano e degradano profondamente anche gli ecosistemi più fragili. Nelle aree urbane, l’uso di armi esplosive produce quantità enormi di macerie e detriti contaminati, che contribuiscono all’inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque.

Il legame tra guerra e minaccia ecologica

Ma è guardando il legame tra guerra e minaccia ecologica che i dati diventano davvero eloquenti. L’edizione 2024 dell’Ecological Threat Report ha sottolineato come 11 dei 12 Paesi con il più alto livello di minaccia ecologica presentassero un conflitto armato attivo o un forte rischio di guerra civile. L’edizione 2025 ha portato questo legame su basi ancora più solide, rilevando che nelle zone dove l’alternanza tra stagioni umide e secche si sta facendo più estrema si contano in media quattro volte più morti per conflitto rispetto alle aree in cui quella polarizzazione si è attenuata.

Tutti questi dati ci portano alla conferma statistica, su scala locale, che il legame tra clima impazzito e violenza non è un’astrazione ma una dinamica già oggi misurabile. Tra i Paesi che hanno registrato livelli catastrofici di minaccia ecologica in tutti i domini analizzati troviamo Repubblica Centrafricana, Mozambico, Niger, Somalia e Yemen: nomi che chiunque segua le cronache internazionali associa immediatamente a guerre, insurrezioni, crisi umanitarie croniche.

Il danno climatico più grave delle guerre non si misura soltanto in tonnellate di CO2: è l’erosione della fiducia tra gli Stati, senza la quale nessuna cooperazione sul clima è possibile. Resta da rispondere alla domanda decisiva: cosa fare? Il libro propone alcune soluzioni concrete per spezzare il circolo vizioso tra guerra e crisi ambientale. Tra le proposte: la trasparenza sulle emissioni, l’inversione della corsa al riarmo e la riconversione dell’industria militare, il rafforzamento del diritto e il riconoscimento dell’ecocidio come quinto crimine internazionale nello Statuto di Roma, e la protezione per i migranti ambientali e canali regolari di mobilità.

Da Gaza al Donbass, dal Libano all’Iran, dal Sudan allo Yemen, “i deserti della pace” sono lì a ricordarci che abbiamo poco tempo. La storia dei movimenti sociali e per la pace ci dice che il tempo può essere usato bene. Nick Buxton, Coordinatore del Knowledge Hub del Transnational Institute, sintetizza nella prefazione le conclusioni: “questo libro mostra con chiarezza che non possiamo separare la giustizia climatica dalla pace. Costruire un mondo vivibile significa decarbonizzare e demilitarizzare allo stesso tempo.”

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