L’alluvione che ha colpito il Nepal e la Cina nel settembre 2026 ha causato oltre 1500 morti e più di 6 mila dispersi, secondo i dati ufficiali. Lo studio della World Weather Agency ha rivelato che il disastro è stato il risultato di una combinazione di fattori climatici e geologici, alimentati dal riscaldamento globale. Il crollo di una massa di ghiaccio e roccia sul monte Langtang Lirung, avvenuto il 26 agosto, ha generato una colata di acqua, ghiaccio e detriti che ha travolto le valli, causando la catastrofe.
Le cause del disastro
Lo studio ha sottolineato che l’aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai e l’instabilità geologica sono stati tra i principali fattori che hanno contribuito all’alluvione. La regione ha subito «cambiamenti fondamentali e irreversibili», ha spiegato l’idrologo Walter Immerzeel dell’Università di Utrecht. Il ritiro dei ghiacciai e del permafrost ha compromesso la stabilità della montagna, rendendola più vulnerabile. Le nevicate insolitamente abbondanti di ottobre e novembre dello scorso anno hanno inoltre contribuito ad aumentare il volume dell’acqua di fusione una volta che le temperature hanno iniziato a salire, il che potrebbe aver contribuito a innescare il collasso del ghiacciaio, secondo lo studio. Il calore eccezionale e l’eccessiva quantità di acqua di fusione hanno ulteriormente destabilizzato il pendio, rendendolo più fragile.
Il ruolo del terremoto del 2015
Il terremoto del 2015, che ha danneggiato la regione, potrebbe aver indebolito ulteriormente il substrato roccioso, ma il suo impatto preciso non è chiaro. Lo studio ha confermato che i mesi di luglio e agosto 2026 sono stati i più caldi mai registrati nella regione, con un aumento di 1,5 gradi Celsius attribuibile al cambiamento climatico.
Il ghiacciaio della regione si è assottigliato di circa mezzo metro all’anno dal 2000, modificando le sollecitazioni sulla roccia. Anche lo scioglimento del permafrost ha probabilmente indebolito la parete rocciosa, afferma lo studio. «Concludiamo che si trattava di un pendio geologicamente vulnerabile, potenzialmente indebolito dal terremoto del 2015, ma ulteriormente destabilizzato dal ritiro dei ghiacciai e del permafrost, nonché dall’eccessiva quantità di acqua di fusione e dal calore eccezionale nel periodo finale prima del crollo», ha affermato Immerzeel.
Il cambiamento climatico è una delle cause scatenanti del disastro, ha sottolineato la climatologa Friederike Otto dell’Imperial College di Londra. «La catastrofe del Bhote Koshi è un duro monito sui rischi crescenti che il rapido riscaldamento dell’Himalaya comporta per le popolazioni», ha sottolineato un altro autore dello studio, Manjeet Dhakal di Climate Analytics South Asia. Il governo nepalese ha stimato i costi della ricostruzione in 4,78 miliardi di dollari. La catastrofe ha messo in evidenza i rischi crescenti legati al riscaldamento dell’Himalaya, un’area particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici. Lo studio ha anche suggerito la necessità di una mappatura regionale per identificare le aree ad alto rischio e migliorare la prevenzione.



