La riduzione dell’Iva sul cibo in Germania, passata dal 19 al 7 per cento, non ha portato a un calo dei prezzi per i clienti, ma potrebbe aiutare le imprese a gestire i costi crescenti. Uno studio commissionato dal sindacato tedesco NGG e riportato da Reuters ha analizzato oltre centottantamila piatti in più di dodicimila ristoranti: il novantuno per cento ha mantenuto lo stesso prezzo, circa l’otto per cento è diventato più caro e appena l’uno per cento è diminuito. I dati, sebbene non siano sufficienti a confermare un successo, mostrano che la riduzione fiscale non è arrivata sui conti dei clienti, ma potrebbe servire a pagare salari, energia, affitti e materie prime.
Obiettivi diversi per una riduzione fiscale
Una riduzione dell’Iva può avere diversi obiettivi: diminuire i prezzi per il consumatore, aumentare la redditività delle imprese o consentire alle aziende di aumentare salari e investimenti senza alzare ulteriormente i listini. In Germania, l’obiettivo era sostenere economicamente la gastronomia, ma i numeri finora disponibili sono difficili da interpretare come un successo se l’obiettivo era rendere più conveniente andare al ristorante. Se invece l’obiettivo era permettere alle imprese di assorbire costi cresciuti senza scaricarli ulteriormente sui clienti, il fatto che nove piatti su dieci non siano aumentati va comunque letto come un successo.
Il dibattito in Gran Bretagna
Nel Regno Unito, il dibattito sta avvenendo al contrario. Oltre ottocento imprese dell’hospitality hanno chiesto al governo di portare l’Iva dal 20 al 10 per cento. La campagna coinvolge grandi gruppi e chef come Heston Blumenthal, Angela Hartnett, Tom Kerridge e Clare Smyth e ha raccolto centinaia di migliaia di firme. L’argomento è noto anche in Italia: la ristorazione è un’attività ad alta intensità di lavoro, sottoposta contemporaneamente all’aumento delle materie prime, dell’energia, degli affitti e del costo del personale. Aumentare i prezzi ha però un limite evidente, perché dall’altra parte del tavolo ci sono consumatori sottoposti alla stessa inflazione. Nasce così uno dei paradossi economici più importanti della ristorazione contemporanea: mangiare fuori viene percepito come sempre più caro mentre gestire un ristorante continua a essere un’attività dai margini molto ridotti.
Un esperimento interessante in Germania
La Germania offre un esperimento particolarmente interessante. La riduzione di dodici punti dell’Iva avrebbe teoricamente consentito un significativo abbassamento dei prezzi, ma non è accaduto. Ma quei dodici punti non sono necessariamente diventati profitto netto e possono essere serviti a pagare salari, energia, affitti, interessi, materie prime o semplicemente a ricostruire margini erosi negli ultimi anni. Questa distinzione rischia di perdersi nel dibattito politico.
Una riduzione fiscale può avere almeno tre obiettivi differenti: diminuire i prezzi per il consumatore, aumentare la redditività delle imprese oppure consentire alle aziende di aumentare salari e investimenti senza alzare ulteriormente i listini. Non sono la stessa cosa e non producono necessariamente gli stessi risultati. Il sindacato tedesco NGG sostiene, per esempio, che il beneficio fiscale non abbia migliorato né la condizione dei clienti né quella dei lavoratori e chiede di intervenire piuttosto su salari e condizioni di lavoro.
- La riduzione dell’Iva in Germania non ha portato a un calo dei prezzi.
- Le imprese potrebbero usare il beneficio fiscale per pagare costi crescenti.
- Il dibattito in Gran Bretagna riguarda un aumento dell’Iva.
- La ristorazione è un’attività ad alta intensità di lavoro.
- La Germania offre un esperimento interessante per valutare l’effetto dell’Iva.
Le associazioni imprenditoriali britanniche sostengono che proprio la pressione fiscale, insieme al costo del lavoro e delle materie prime, stia mettendo a rischio la sopravvivenza delle aziende. Un’indagine di settore pubblicata da UKHospitality a luglio indicava che il ventitré per cento degli operatori intervistati lavorava in perdita e il sedici per cento riteneva la propria attività a rischio di chiusura nei dodici mesi successivi. Sono dati dell’associazione di categoria e vanno quindi letti come tali, ma descrivono bene la pressione che alimenta la richiesta politica.



