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mercoledì 23 Settembre 2026

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Ristoranti childfree: sintomo di una società che ha perso il buonsenso

Un fenomeno in crescita in Italia, tra legge e buone maniere.

Un fenomeno in crescita in Italia, tra legge e buone maniere, ha scatenato una discussione su come la società moderna tratti la presenza dei bambini in spazi pubblici. A Lesmo, in Brianza, un ristorante ha deciso di vietare l’accesso ai bambini, un gesto che ha suscitato polemiche e dibattiti su diritti, rispetto e responsabilità. La questione non riguarda solo un singolo locale, ma riflette un fenomeno più ampio: una società sempre meno abituata alla presenza dei bambini, come sottolinea Elisa Motterle, trainer certificata in galateo.

La legge e il divieto implicito

La legge italiana non permette ai ristoranti di vietare l’ingresso ai bambini, almeno in teoria. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (art. 187 del Tulps) impedisce a un esercizio pubblico di rifiutare una prestazione senza un motivo legittimo, e l’età non è considerata una motivazione valida. Per questo, nessun locale espone un cartello esplicito, ma agisce sui servizi, eliminando seggioloni, menu per bambini e spazi dedicati. Il messaggio arriva comunque, e la tolleranza verso questa esclusione è diffusa, pur non essendo accettata per altre categorie. La discriminazione non è mai accettata per altre categorie. Verso i bambini, la stessa esclusione trova una tolleranza diffusa, laddove la nostra società non la tollererebbe per nessun’altra categoria. Elisa Motterle spiega che il problema non è la scelta di un contesto per soli adulti in sé, ma il fatto che si debba arrivare a dichiararlo con un video pubblico, invece che lasciarlo alla naturale vocazione di un locale.

Un sintomo di adultismo sociale

Elisa Motterle vede in questa tendenza un sintomo di una società che ha perso il buonsenso. «I ristoranti childfree sono un segnale di una cultura che non accetta più la presenza dei bambini come parte naturale della convivenza», spiega. Il fenomeno, che si chiama «adultismo», è stato già analizzato in Francia, dove la Commissione nazionale consultiva per i diritti umani ha espresso preoccupazione per l’esclusione sistemica dei bambini dagli spazi pubblici.

La responsabilità non è mai del bambino in quanto tale. Motterle non giudica il singolo gestore, ma inquadra un fenomeno più ampio: una società sempre meno abituata alla presenza dei bambini. Il meccanismo è circolare: «Meno bambini si vedono in giro, più cresce l’insofferenza verso di loro, in un cortocircuito che finisce per coinvolgere anche chi bambino lo è ancora», spiega. La responsabilità, per lei, non è mai del bambino in quanto tale, ma dell’idea che la sua presenza basti a sospendere le regole della convivenza.

«Un figlio non va limitato nella sua natura di bambino, ma va accompagnato a riconoscere i contesti. Il genitore, prima ancora del ristoratore, ha il compito di scegliere quello giusto», conclude Motterle. Casi come quello di Lesmo mettono in luce ciò che manca: spazi dove i bambini possano essere bambini senza la sorveglianza costante che oggi la responsabilità genitoriale impone. Motterle distingue due carenze: quella dei locali pensati esplicitamente per accogliere famiglie, e una carenza più profonda, quella di spazi dove «i bambini possano essere bambini e basta». A chiudere, una parola sola: negoziare.

La società civile non è quella in cui nessuno disturba mai. «La società civile non è quella in cui nessuno disturba mai, ma quella in cui chi disturba se ne accorge e cerca di limitare il fastidio agli altri», dice Motterle. Vale per il genitore che porta il figlio al ristorante, vale per il gestore che deve decidere chi accogliere. Il rischio, altrimenti, è quello fotografato proprio dal caso Lesmo: che a vincere sia sempre e solo la dimensione dell’io – di chi recensisce, di chi si difende, di chi rivendica – dimenticando che nella stessa sala, allo stesso tavolo, ci sono sempre anche gli altri.

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