Un romanzo che evoca il passato senza conquistare il presente, I Lázár di Nelio Biedermann, ha suscitato reazioni contrastanti tra critici e lettori. Il libro, pubblicato da Guanda nel 2026, è stato tradotto in più di trenta paesi e ha trovato spazio in classifiche di bestseller in Germania. Tuttavia, la sua struttura e stile, pur ricchi di atmosfera e dettagli, non hanno convinto tutti. Il romanzo, che racconta la storia di Lajos von Lázár, un bambino nato in un castello ungherese nel 1900, è stato definito da Becca Rothfeld del New Yorker come “un pastiche di Joseph Roth”, un’opera che rievoca romanzi d’epoca senza riuscire a superare i loro limiti.
Un’eredità aristocratica e un passato di fantasmi
Nelio Biedermann, 22 anni, ha origini ungheresi e aristocratiche, ma di un’aristocrazia lontana e decaduta, che evoca solo fantasmi. Il romanzo è la rievocazione di questi fantasmi, una ricerca di identità attraverso la memoria familiare. “Andavamo sempre nei castelli che un tempo erano stati nostri”, ha ricordato in un’intervista, descrivendo quei luoghi come “fiabeschi”. Uno di quegli edifici era diventato un istituto psichiatrico, e alle pareti c’erano ancora le foto dei suoi antenati. Questo passato lo ha spinto a scrivere I Lázár a 16 anni. I primi cinque tentativi non lo hanno portato da nessuna parte, ma l’ultimo l’ha tenuto nella classifica dei bestseller in Germania per mesi, suscitando paragoni con opere classiche come I Buddenbrook di Thomas Mann e La marcia di Radetzky di Joseph Roth.
Stile rétro e tensioni tra vecchio e nuovo
Lo stile di I Lázár è volutamente rétro, con concessioni al lirismo e a una narrativa che evoca l’epoca passata. La vicenda comincia nel 1900 con la nascita di Lajos von Lázár in un castello ungherese. In trecento pagine sono ricostruiti il crollo dell’impero asburgico e quello dei Lázár; l’ascesa del nazismo e la compromissione di alcuni di loro con il regime; l’occupazione sovietica e la fuga dal paese. L’incipit aiuta a capire la voce che Biedermann ha trovato dopo anni di tentativi falliti: “AI margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre”. Tuttavia, il mix tra vecchio e nuovo non sempre funziona, e immagini e metafore spesso risultano scontate.
Gli anni “vagavano come gitani sui loro cavalli”, l’inverno “avanzava al galoppo”, mentre sul piatto della sorella di Lajos una sera ci sono più aggettivi che cibo: “Rape di un viola brillante, spinaci di un verde intenso, lattuga di una vivace allegria” e “allegri pisellini”. Biedermann ha però anche gusto per i dettagli, come quando descrive le sbronze del padre di Lajos, o certe voglie sui colli delle donne che fanno deragliare intere esistenze. Il problema è che a volte Biedermann non sa trattenersi, o non vuole. È in quei momenti che I Lázár civetta con il romance, con struggimenti, scene di sesso ed enfasi tipici del genere.
Un’opera che non convince tutti
Al di là degli eccessi, un dialogo così di maniera e datato, unito però all’immagine dal gusto contemporaneo dei piccoli tagli sulle braccia, può anche essere interessante. Quando Biedermann non riesce a controllare questo miscuglio tra vecchio e nuovo, le pagine sono dominate più dall’atmosfera che dagli eventi, e la grande storia è un accenno frettoloso. Quando ci riesce, non fa rimpiangere più di un decennio di autofiction ormai stremata. Il romanzo, pur con i suoi limiti, rappresenta un tentativo di riconciliare il passato con il presente, ma non sempre riesce a trovare un equilibrio che soddisfi sia il gusto per il lirismo che la necessità di una narrazione coerente.



