Il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, ha annunciato la trasformazione degli istituti tecnici e professionali in “licei tecnologici” e “licei professionali”, una mossa volta a riconoscere una dignità pari a quella dei percorsi liceali. Tuttavia, l’analisi del sistema educativo italiano rivela che il classismo scolastico non si cancella cambiando nome. Il pregiudizio sociale che distingue i percorsi di serie A da quelli di serie B persiste, e la riforma non sembra risolvere le disuguaglianze strutturali che la scuola superiore ha sempre alimentato.
La scelta precoce e la stratificazione sociale
La scuola italiana, come sottolinea un rapporto dell’Istat, è attraversata da una forte stratificazione sociale. La provenienza familiare, il livello di istruzione dei genitori e le condizioni economiche continuano a orientare in maniera pesante il percorso formativo dei figli. A parità di altre condizioni socio-demografiche, la propensione a scegliere il liceo è quasi otto volte superiore quando almeno un genitore è laureato rispetto alle famiglie nelle quali il livello massimo di istruzione è la scuola secondaria inferiore. Questa differenza si traduce in una divisione tra percorsi che, una volta scelti, conducono a strade molto diverse.
Il figlio della famiglia culturalmente forte continua più frequentemente lungo il quinquennio generalista; quello proveniente da un ambiente meno istruito incontra più spesso il percorso che riduce di un anno la permanenza nella scuola secondaria e intensifica il collegamento con il sistema produttivo. Formalmente il diploma quadriennale permette anche l’accesso all’università; socialmente, però, la divisione dei percorsi viene anticipata e organizzata lungo linee che esistevano già prima della riforma.
La scuola non rompe il legame tra punto di partenza e punto di arrivo.
Una contraddizione nella riforma
La soluzione proposta dal governo contiene una contraddizione: se tecnico e professionale possiedono una dignità propria, perché per riconoscerla bisogna chiamarli licei? La stessa operazione con cui si pretende di abbattere il primato simbolico del liceo finisce per confermarlo, assumendone il nome come marchio di qualità da estendere agli altri percorsi. Il tecnico non viene rivalutato in quanto tecnico, il professionale non viene riscattato nella specificità della propria funzione: entrambi vengono promossi linguisticamente dentro la categoria che occupava già il gradino superiore. Il problema non sta nella parola “istituto”, ma nella capacità della scuola di rompere il legame tra punto di partenza e punto di arrivo. L’ascensore sociale si ferma a quattordici anni, quando la scelta dell’indirizzo scolastico diventa definitiva. L’Ocse ha individuato nella scelta precoce dell’indirizzo uno dei nodi del sistema italiano: a quattordici anni gli studenti vengono separati tra percorsi generali, tecnici e professionali proprio mentre il livello educativo e socioeconomico dei genitori rimane un forte predittore della loro scelta.
La scuola di serie B è quella da cui non si sale.
Il governo, nell’ultimo decreto, ha corretto almeno in parte uno degli elementi più controversi della precedente riorganizzazione degli istituti tecnici, ma non ha modificato la filiera 4+2 e il nodo della separazione precoce. La riforma Meloni ha trasformato gli istituti tecnici in licei, ma non ha modificato la struttura di base del sistema. La scuola di serie B è quella da cui non si sale, e il classismo scolastico persiste nonostante il cambio di nome.



