Il mercato del gluten free continua a crescere in Italia, con un incremento del 7,4% nel 2026. Tuttavia, non tutti i consumatori lo scelgono per motivi medici: una parte significativa lo acquista per motivi legati al benessere o allo stile alimentare. Secondo il Report Gdo 2026, le vendite nella grande distribuzione hanno raggiunto 386,6 milioni di euro, con una crescita sostenuta non solo da chi deve seguire una dieta priva di glutine per ragioni mediche, ma anche da chi lo sceglie come preferenza alimentare.
Un fenomeno in crescita ma non sempre legato alla salute
La scelta di prodotti senza glutine ha assunto un significato diverso per una fetta molto più ampia della popolazione. Per molti, la scritta «gluten free» è sinonimo di leggerezza, digeribilità e, spesso senza alcuna base clinica, di alimentazione più sana. Questo fenomeno ha portato a un allargamento della platea dei consumatori ben oltre quella dei pazienti diagnosticati. Secondo un’indagine del 2024, il 21% degli italiani acquista abitualmente prodotti gluten free, anche se soltanto una parte di loro ha una necessità clinica documentata.
Il meccanismo commerciale è semplice: togliere qualcosa da un prodotto può farlo apparire immediatamente migliore, anche quando l’ingrediente eliminato non rappresenta alcun problema per la maggioranza della popolazione. La dicitura «senza glutine» rischia così di essere interpretata come una certificazione generale di salubrità, quando in realtà descrive una caratteristica molto specifica dell’alimento. Un biscotto senza glutine resta un biscotto, una merendina senza glutine resta una merendina e una pizza industriale senza glutine non diventa automaticamente un alimento dietetico.
Costi elevati e un’alternativa non sempre sana
Il costo dei prodotti senza glutine è significativamente superiore rispetto a quelli tradizionali. Secondo l’indagine Assoutenti-Crc, il prezzo medio dei prodotti senza glutine è superiore del 73% rispetto agli equivalenti della stessa categoria. Le differenze variano a seconda dell’alimento: per alcuni tipi di pasta il divario arriva intorno al 110%, per la pizza surgelata supera il 35%, e per alcune fette biscottate tocca valori ancora più elevati.
Per chi compra senza glutine perché lo considera semplicemente più sano, il sovrapprezzo è volontario. Per una persona con celiachia, invece, è tutta un’altra storia, perché rinunciare a quei prodotti non rappresenta un’opzione. La letteratura scientifica più recente richiama l’attenzione sull’equilibrio complessivo della dieta: una dieta gluten free può essere perfettamente sana quando costruita correttamente, soprattutto facendo spazio agli alimenti naturalmente privi di glutine come riso, mais, grano saraceno, legumi, frutta e verdura. Le linee guida italiane sottolineano, anche per i pazienti celiaci, l’importanza di una dieta non soltanto priva di glutine ma equilibrata e con un apporto adeguato di fibre. Il rischio più banale, per il consumatore senza necessità mediche, è quindi quello di spendere di più senza ricavarne automaticamente un vantaggio.



