La crisi interna al Partito Repubblicano si fa sentire
A quaranta giorni dal voto, Washington sembra essersi resa conto che la resa dei conti è imminente, e per Trump sarà molto più dura di quanto si immaginasse pochi mesi fa. I repubblicani, in particolare quelli che si candidano al midterm, stanno iniziando a prendere le distanze dal presidente, anche se non sempre in modo aperto. Il conflitto con l’Iran ha spaccato la coalizione Maga, e il distacco di alcuni leader, come Tucker Carlson, ha segnato un punto di svolta. Il giornalista, che una volta era uno dei più fedeli sostenitori di Trump, ha invocato la rimozione del presidente, usando il 25esimo emendamento, dopo che il presidente aveva minacciato la guerra nucleare. Questo momento ha segnato un punto di non ritorno per la relazione tra Trump e i suoi alleati più stretti.
La base repubblicana si stancata
Anche la base repubblicane comincia a stancarsi. Secondo un sondaggio Cnn/Ssrs, gli elettori repubblicani che approvano la gestione del conflitto sono scesi dal 73 per cento di marzo al 60 per cento. Questo calo indica una crescente insoddisfazione per la politica estera del presidente, che ha portato il Paese a un conflitto con un Paese nucleare. La guerra ha diviso il Partito Repubblicano, con alcuni leader che chiedono la fine del conflitto e altri che continuano a sostenere la posizione di Trump. La situazione è diventata sempre più complessa, con i candidati che devono decidere se appoggiare il presidente o prendere le distanze per non perdere le elezioni.
I repubblicani, come Mariannette Miller-Meeks e Ashley Hinson, hanno espresso la loro insoddisfazione per la guerra e hanno chiesto la fine del conflitto. Allo stesso tempo, alcuni, come John James e Jon Husted, hanno riconosciuto la difficoltà di rompere con Trump senza rischi politici. Thom Tillis ha detto che il conflitto si è trascinato troppo a lungo e ha invitato i colleghi a prendere le distanze senza complessi. La guerra non è certo l’unico punto di rottura. Al Congresso, le crepe si allargano anche su altre questioni. Il senatore John Curtis ha chiesto alla commissione Giustizia di convocare Donald Trump Jr. per via dei suoi affari e del matrimonio in parte finanziato da un oligarca russo. Il presidente della commissione Forze armate, Roger Wicker, ha criticato l’invito a Xi Jinping per una visita di Stato a Washington, descrivendo il leader cinese come un dittatore brutale che punta il suo arsenale contro gli Stati Uniti. Il capogruppo al Senato, John Thune, si è limitato ad auspicare che la squadra resti unita. Una speranza tardiva.
La Casa Bianca non offre appigli. All’Assemblea generale dell’ONU Trump ha spiegato di avere davanti a sé una «grande decisione»: un accordo che chiuda la guerra e aiuti l’Iran a ricostruirsi, oppure l’annientamento rapido della Repubblica Islamica. Nel giro di pochi giorni ha pronosticato un’intesa imminente e minacciato un’escalation senza ritorno, e perciò i candidati devono indovinare quale versione possono presentare agli elettori nei loro distretti o nei loro Stati. La guerra non è l’unica questione di rottura, ma è il fulcro di una crisi interna che rischia di dividere il Partito Repubblicano.



