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domenica 27 Settembre 2026

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Trump e il duello con i media: una storia americana lunga due secoli

Trump e i media: un conflitto che risale a due secoli e si ripresenta con nuove tensioni.

Trump e il suo conflitto con i media si inserisce in una storia americana lunga due secoli, caratterizzata da tensioni tra presidenti e giornalisti, accuse di notizie false, e tentativi di limitare la libertà di stampa. L’ultimo scontro, riguardante l’accredito per l’accesso alla Casa Bianca, ha visto il presidente accusare i media di diffondere informazioni dannose per la sicurezza nazionale, un tema che risale almeno al 1798 con il Sedition Act approvato dal Congresso. La decisione di revocare l’accredito ai giornalisti di CNN, MS Now e Politico è stata bloccata per due settimane da un giudice, che ha ritenuto inappropriati i motivi addotti per giustificarla.

Un rapporto conflittuale che va oltre la politica

Il rapporto conflittuale tra Trump e i media non è un fenomeno nuovo. Fin dalle prime settimane del suo mandato, il tycoon ha definito i giornalisti “nemici del popolo”, accusandoli di ostacolare i suoi obiettivi politici. Questo atteggiamento ha portato a aggressioni fisiche contro almeno ventiquattro giornalisti, secondo una ricerca di Jon Marshall. Il caso di Jim Acosta, capo dei corrispondenti della CNN, rappresenta un esempio significativo: nel 2018 fu espulso dalla sala stampa della Casa Bianca dopo un alterco con il presidente, e successivamente fece causa a Trump e al Secret Service. La causa fu risolta in favore di Acosta grazie all’intervento del giudice Kelly, lo stesso che ha bloccato recentemente la revoca dell’accredito.

La decisione del giudice Kelly ha sottolineato l’importanza della libertà di stampa, anche in un contesto di tensioni politiche.

Le radici storiche del conflitto tra stampa e potere

Il conflitto tra potere esecutivo e stampa ha radici antiche. Nel 1798, il Congresso approvò il Sedition Act, una legge che puniva con il carcere chi pubblicava affermazioni false, scandalistiche o malevole contro il governo o il presidente. Il provvedimento fu voluto da John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti, per soffocare le critiche dei giornalisti democratico-repubblicani che avrebbero potuto favorire il suo sfidante, Thomas Jefferson. Tra i primi a essere colpiti da questa legge fu Matthew Lyon, un immigrato irlandese che fu condannato a quattro mesi di carcere e a un’ammenda di mille dollari. Nonostante le accuse, Lyon fu rieletto al Congresso nel 1800 mentre era in carcere.

Il Sedition Act fu parte di un pacchetto di leggi giustificate da Adams in nome della protezione della sicurezza nazionale. Con la guerra civile (1861-1865), il problema della discrasia tra libertà di stampa e sicurezza nazionale si ripresentò, questa volta in termini meno pretestuosi. I giornali dell’Unione non si fecero scrupoli a fornire informazioni militari, mettendo a repentaglio le operazioni e stimolando il disfattismo. Il dipartimento della Guerra iniziò a censurare le notizie e a chiudere alcuni giornali. Lincoln stesso ordinò la sospensione delle pubblicazioni di due periodici quando avevano diffuso fake news su di lui.

La storia dimostra che il rapporto tra stampa e potere è sempre stato un tema di tensione, ma la libertà di stampa ha continuato a essere un pilastro della democrazia.

La resistenza della stampa non si è mai interrotta. Anche se alcuni presidenti, come Jefferson, hanno espresso dubbi sulla veridicità dei giornali, la libertà di stampa è rimasta un pilastro della democrazia americana. Nel Novecento, il presidente Theodore Roosevelt definì “rastrellatori di letame” i giornalisti investigativi che avevano condotto inchieste sulla corruzione. Woodrow Wilson, pur essendo il primo a nominare un addetto stampa, detestava i giornalisti. Con l’ingresso degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, Wilson si servì di un’agenzia federale per controllare l’opinione pubblica, ma contemporaneamente introdusse leggi per limitare la libertà di stampa.

La situazione si è ulteriormente complicata con Richard Nixon, che attribuì ai media la responsabilità di tutti i suoi insuccessi. La paranoia lo portò a organizzare una lista di 220 persone e organizzazioni considerate ostili, tra cui giornalisti e testate. Il caso dei Pentagon Papers, 47 volumi di documenti che dimostravano la menzogna del governo sull’Vietnam, rappresentò un altro punto di contenzioso tra la stampa e il potere esecutivo. Nonostante i tentativi di censura, i giornalisti riuscirono a far emergere la verità, portando alla fine delle carriere di Nixon.

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