La terza edizione della Biennale dello Stretto, dedicata al tema delle “Mutazioni”, si svolge a Campo Calabro, in un contesto in cui acqua, clima e infrastrutture stanno modificando profondamente il paesaggio. L’evento, organizzato da 500×100 e promosso dalla Fondazione Le Città del Futuro, si propone come un laboratorio per esplorare come le città e i territori si adattano ai cambiamenti. L’acqua, elemento centrale del progetto, diventa la chiave per comprendere le sfide del presente e del futuro. La Biennale, che si svolge fino al 13 dicembre, si svolge in spazi come il Forte Batteria Siacci, trasformato in un luogo di incontro tra architettura, arte e fotografia.
Acqua e mutazioni: il filo che lega il Mediterraneo
La parola “mutazioni” è scelta come tema non a caso. L’acqua, elemento che attraversa il progetto fin dalla sua nascita, rappresenta una delle domande più complesse del presente. Nulla è predisposto alla mutazione quanto l’acqua, d’altronde. Cambia forma senza perdere identità, prende quella di ciò che la contiene o ne forza i confini; cambia direzione, velocità, quantità, temperatura, colore e composizione. Il progetto di Atelier Femia, che ha dato vita alla Biennale, si basa su una ricerca lunga anni, che ha esplorato luoghi, città e paesaggi del mare interno.
La Biennale non è solo un evento, ma un progetto che guarda al Mediterraneo come a un laboratorio per comprendere come le civiltà si adattano ai cambiamenti.
L’acqua, che separa e unisce, è la materia che meglio si presta a raccontare anche questa edizione. Il filo che attraversa il progetto fin dalla sua nascita, e che ha radici nella ricerca di Atelier Femia sul Mediterraneo, si fa più evidente con l’approfondimento su come l’acqua influenzi le città e i territori.
Da Milano a Scilla: il rischio dell’acqua invisibile
La Biennale non si limita a esaminare il tema in un’unica location. L’acqua, come elemento chiave, si presenta in diversi contesti. A Milano, per esempio, il Seveso, fiume che arriva da nord e scompare sotto la città, diventa un simbolo del rischio dell’acqua invisibile. La ricerca di Park Associati, Water Resilience. A Design Perspective of Hidden Flood Risks, mostra come la città sia una sovrapposizione di acque e infrastrutture: fiumi costretti sotto terra, superfici impermeabili, fognature, metropolitane, edifici, falde.
Il rischio non è soltanto un evento esterno dal quale difendersi. Il rischio dipende anche da come la città è stata costruita.
Sistemi che normalmente convivono senza farsi notare ma che, quando arriva troppa acqua, cominciano a interferire. Il clima muta il territorio, ma il territorio che abbiamo costruito decide in larga parte quanto quella mutazione diventerà pericolosa. La domanda è semplice: che cosa può fare l’architettura perché quello spazio, nei molti giorni in cui la vasca non serve, non rimanga sottratto alla vita quotidiana?
La risposta immaginata da Park Associati è sovrapporre alla funzione idraulica altri usi. Una lunga passerella attraversa la vasca e la collega ai percorsi circostanti; intorno si sviluppano campi per calcio a 5, basket, padel, pallavolo e tennis, insieme a sedute, verde e luoghi d’incontro. Quando l’acqua sale, la vasca fa esattamente il mestiere per cui è stata costruita; per tutto il resto del tempo, però, quello spazio può essere abitato. L’infrastruttura acquista così due vite: una durante l’emergenza, l’altra nell’ordinarietà. Non è un tentativo di nascondere l’ingegneria dietro il paesaggio. La vasca risolve un problema idraulico; Park si domanda come lo spazio necessario a risolverlo possa non diventare un vuoto urbano in attesa della piena. Il progetto non può tornare indietro nel tempo. Può però lavorare sulle conseguenze e restituire alla comunità una parte dello spazio che quella necessità le ha sottratto.



