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lunedì 28 Settembre 2026

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Cronaca

Dipendenze e salute mentale: una rete unica per salvare le famiglie

Un’unica rete per combattere dipendenze e salute mentale: il dramma delle famiglie coinvolte.

La vita di una madre che vive con un figlio tossicodipendente è una lotta quotidiana, spesso senza vincitori. Il telefono di casa squilla, ma non è la voce di un figlio che torna a casa, ma quella della questura o del pronto soccorso. È il segnale di un arresto, di un ricovero, o di un trattamento sanitario obbligatorio. Per una madre, quel momento è una speranza fioca, come un fiammifero acceso in una notte senza fine. Ma la speranza dura poco: il figlio, appena dimesso, torna a cercare droghe, e la sua vita si ripete. La famiglia, in attesa, vive in un limbo di paura, dolore e impotenza.

Una rete unica per combattere dipendenze e salute mentale

La soluzione, secondo alcuni esperti, potrebbe essere una rete unica, in cui dipendenze e salute mentale vengono affrontate insieme, sullo stesso paziente, anziché in compartimenti stagnanti. Si chiama presa in carico sul territorio: un modello in cui operatori, medici, psicologi e poliziotti collaborano per offrire un supporto integrato. Non solo per la fase acuta, ma anche per il dopo, con risorse e tempo sufficienti a convincere un ragazzo a salvarsi. La complessità è una diagnosi, non una risposta, ma la rete deve dare una risposta concreta.

Le madri, spesso, sono le prime a chiedere aiuto, ma spesso non ricevono risposte. La lettera di una madre, anonima, racconta un abisso di sofferenza: nove anni di cure psichiatriche senza che nessuno misurasse l’impatto delle droghe. Il figlio, arrivato al pronto soccorso in manette, ferito, sotto un cocktail di sostanze, è dimesso dopo 48 ore. Positivo alle droghe, libero di uscire. Il Serd, il sistema di emergenza, non sa come aiutarlo senza la collaborazione del paziente. Il numero verde nazionale rimanda a porte che lei aveva già bussato. Le comunità a doppia diagnosi, pur disponibili, hanno liste di attesa. E le risposte, spesso, sono quelle: “Non si vuole curare. Ergo non possiamo fare niente.”

La guerra quotidiana delle madri

La burocrazia non conosce la paura, l’impotenza, la colpa. Non conosce quei rapporti diventati tossici, nel groviglio tra l’amore più grande e un figlio diventato carnefice. La famiglia, annientata, vive in un limbo di dolore e disperazione. La soluzione, però, potrebbe essere una rete unica, in cui dipendenze e salute mentale vengono affrontate insieme, con un piano di intervento che coinvolga tutti i soggetti coinvolti.

Il passato ha visto emergenze come l’epidemia di eroina e AIDS, ma oggi il problema è diverso. Non è più solo la strada, ma una rete di supporto che possa aiutare le famiglie a non perdere il loro figlio. La strada non è più quella, e quasi nessuno la rimpiange. Ma tra le catene e la porta girevole del pronto soccorso, una via di mezzo deve esistere. Una via di mezzo che non sia solo un numero da chiamare, ma un supporto reale, con risorse e operatori che sappiano ascoltare, intervenire e accompagnare. Perché oggi, l’unico servizio aperto giorno e notte sono loro.

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