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lunedì 28 Settembre 2026

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La procura di Como chiede l’archiviazione di Cappato per il suicidio assistito di Scalas

La procura di Como chiede l’archiviazione di Marco Cappato per il suicidio assistito di Massimiliano Scalas.

La procura di Como ha chiesto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marco Cappato, rappresentante dell’associazione Luca Coscioni, per il suicidio assistito di Massimiliano Scalas, malato di sclerosi multipla. L’uomo è morto il 8 dicembre 2022 in una clinica elvetica dopo aver effettuato l’autosomministrazione di un farmaco letale. L’azione è stata compiuta in concomitanza con l’accompagnamento di Cappato e due attiviste, Chiara Lalli e Felicetta Maltese, che lo hanno supportato nel processo. La procura ha sottolineato che non vi fu alcuna aggressione al bene “vita” né in astratto né in concreto, se non da parte della malattia stessa.

La legge e il diritto alla scelta

La procura ha evidenziato che il trattamento di sostegno vitale era stato rifiutato da entrambi, Scalas e Cappato, «in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione». Secondo la Consulta, «i trattamenti di sostegno vitale devono ritenersi sussistenti anche se rifiutati dalla persona malata». Questo ha portato a concludere che il diritto all’aiuto al suicidio è riconosciuto non solo a chi accetta di sottoporsi a trattamenti di sostegno vitale, ma anche a chi li rifiuta.

La procura ha sottolineato che ipotizzare una pena in tal caso sarebbe fuori dal circuito costituzionale.

La procura ha definito l’azione di Cappato e delle attiviste come «un atto di solidarietà materiale verso una scelta già definita», quella del malato di porre fine alle sue sofferenze. L’archiviazione è stata richiesta anche per Chiara Lalli e Felicetta Maltese, che hanno accompagnato Scalas in Svizzera. La procura ha sottolineato che «verrebbe punita ingiustamente una condotta che agevola niente di più di quanto già adeguatamente e liberamente ponderato dal malato». L’azione è stata considerata non lesiva di diritti altrui, ma piuttosto un supporto a una scelta già deliberata.

Un contributo non punibile

La procura ha anche sottolineato che il contributo fornito dai tre indagati si tradusse «in un atto di solidarietà materiale verso una scelta già definita». L’archiviazione è stata richiesta in base al fatto che non vi fu alcuna aggressione al bene “vita” né in astratto né in concreto, se non da parte della malattia. La procura ha inoltre sottolineato che il gip di Firenze aveva già chiesto alla Consulta se subordinare la non punibilità del suicidio assistito alla condizione che la persona fosse tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, e la Consulta aveva risposto affermativamente.

La procura ha inoltre sottolineato che nel 2026 il gip di Milano aveva fatto un altro passo nell’ampliare la possibilità di accedere all’aiuto al suicidio e aveva archiviato le accuse per il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. Questo ha portato a concludere che il diritto all’aiuto al suicidio è riconosciuto non solo a chi accetta di sottoporsi a trattamenti di sostegno vitale, ma anche a chi li rifiuta. La procura ha sottolineato che ipotizzare una pena in tal caso sarebbe fuori dal circuito costituzionale, significherebbe sottoporre a sanzione soggetti estranei a contesti lesivi di diritti altrui. La decisione è stata presa in base al fatto che il contributo fornito dai tre indagati non costituì un atto lesivo, ma un supporto a una scelta già deliberata.

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