Sette mesi di conflitto tra Iran e Stati Uniti, senza vincitore né pace. La guerra, iniziata il 28 febbraio, ha visto attacchi reciproci, danni alle infrastrutture e un impatto significativo sull’economia globale. Nonostante le dichiarazioni di vittoria da parte di Washington, l’Iran rimane in grado di condizionare la navigazione nel Golfo Persico e di mantenere una capacità industriale missilistica. Il conflitto, che ha visto un calo del traffico marittimo e un aumento dei prezzi del petrolio, non ha prodotto un accordo di pace né un chiaro vantaggio per una delle parti.
Costi elevati e impatti sull’economia
La guerra ha comportato un costo totale stimato a 220 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, con un impatto medio di 1.650 dollari a famiglia. I rincari del carburante, della spesa e dei biglietti aerei sono tra i principali effetti economici. Il Pentagono ha registrato un costo diretto di 40 miliardi di dollari, ma i danni indiretti, come l’incertezza sul mercato energetico, hanno ulteriormente aggravato la situazione. Il prezzo del petrolio, che era stato ridotto prima del conflitto, è tornato sopra i 100 dollari al barile, con picchi fino a 107 dollari.
Un bilancio di vittime non chiaro
Non esiste un bilancio unico e definitivo delle vittime, a causa della mancanza di dati precisi da parte di entrambe le parti. Secondo stime del Stimson Center, il numero complessivo dei morti, considerando Iran, Libano e Israele, potrebbe variare tra otto e diecimila, con quasi cinquantamila feriti. Gli Stati Uniti hanno perso 18 militari, mentre i feriti sono oltre 820. L’Iran, invece, ha visto stime contrastanti, con un dato di 3.636 morti, di cui 1.701 civili, ma il dato risale ad aprile e non è considerato definitivo.
Il problema, per Washington, è che distruggere gli impianti non equivale a cancellare la conoscenza, i materiali e la capacità industriale accumulata dall’Iran. L’Iran disponeva prima della guerra di migliaia di missili balistici e da crociera, il più grande e diversificato arsenale missilistico del Medio Oriente. Gli attacchi americani e israeliani hanno danneggiato le infrastrutture di arricchimento dell’uranio, ma non hanno cancellato la capacità industriale. La produzione di missili è ripresa, utilizzando componenti accumulati e strutture sotterranee. Nonostante la produzione sia limitata rispetto al periodo precedente, la capacità industriale non è stata eliminata. L’Iran, guidato da una classe politico-religiosa decisa a resistere, continua a minacciare il traffico marittimo e a condizionare la navigazione nel Golfo Persico, anche se non controlla militarmente l’intero Stretto.
Le esportazioni di petrolio dei principali produttori mediorientali sono risalite a settembre a circa 12,8 milioni di barili al giorno. Ma restano circa 6 milioni di barili al giorno sotto i 18,8 milioni di febbraio, prima del conflitto. Il problema è soprattutto logistico. Il prezzo del Brent, che prima della guerra era molto più basso, è tornato sopra i 100 dollari al barile: nelle ultime ore ha toccato anche i 107 dollari dopo che Trump aveva respinto la proposta iraniana di riaprire Hormuz.



