Tel Aviv, una città cosmopolita e laica, sta diventando un nuovo obiettivo per i coloni religiosi israeliani. Questi ultimi, noti per il loro radicamento in aree di Cisgiordania e per la loro ideologia nazionalista e religiosa, stanno cercando di integrarsi in luoghi che, fino a poco tempo fa, erano considerati lontani dal loro mondo. La strategia, spiega Anna Momigliano in Voi avete creato il nostro esilio, mira a rendere la loro agenda più familiare e accettata nella società israeliana.
Una presenza inaspettata in una città laica
Nelle strade di Tel Aviv, dove si trovano case Bauhaus color crema e un’atmosfera rilassata, si possono imbattersi in giovani uomini con la kippà srugà e donne con foulard sgargianti. Questi individui, spesso mogli di coloni, rappresentano una presenza inaspettata in una città che, per stile di vita e orientamento politico, è distante dal messianismo dei coloni. La loro presenza non è casuale, ma parte di un progetto politico strutturato per normalizzare l’immagine dei coloni in un contesto diverso.
La loro agenda si insedia in un luogo che non sembra adatto a essa.
Le associazioni legate ai coloni, ben finanziate, inviano piccoli gruppi di giovani, spesso coppie di ventenni, a insediarsi nei luoghi più laici del Paese, come Tel Aviv. L’obiettivo è non demografico, ma culturale: conquistare l’immagine, non i numeri. Questo metodo, spiega Momigliano, è simile a quello utilizzato dai pionieri marxisti durante il mandato britannico. I coloni si considerano gli eredi dei pionieri socialisti, nonostante la loro ideologia sia lontana dai valori di chi arrivò in Palestina con la zappa e con Marx.
Un insediamento silenzioso ma strategico
La giornalista israelo-canadese Lisa Goldman, in un reportage su New Lines Magazine, ha ricostruito la genealogia di questo insediamento silenzioso. I coloni, attraverso conversazioni con amiche ed ex vicini, hanno creato una strategia calcolata per consolidare la loro presenza senza attirare l’attenzione dei media e delle autorità. Nello stesso edificio in cui abitavano alcuni suoi conoscenti bohémien, i coloni hanno organizzato un shtibel, un luogo di preghiera collettiva improvvisato, che non richiede autorizzazioni dal comune.
La loro presenza è un segno di una battaglia per il possesso del territorio.
«Una volta c’erano i kibbutz e il Nahal, adesso ci siamo noi», racconta Itai Sela, giovane colono del movimento Igud HaChavot. La sua organizzazione promuove gli insediamenti agricoli in Cisgiordania e è spesso coinvolta in azioni violente contro i palestinesi. Per lui, la battaglia è per il possesso del territorio, e il metodo è simile a quello dei pionieri del passato: costruire una società agricola ebraica dove prima abitavano pastori e contadini palestinesi. La profezia di Pinhas Sapir, il ministro che avvertì: «Se continuiamo a tenere in pugno i Territori, prima o poi i Territori terranno in pugno noi», si è avverata. Le colonie hanno colonizzato Israele, dal punto di vista politico, morale… e ora anche geografico. La loro presenza a Tel Aviv, come racconta la proprietaria del caffè preferito di Goldman, rappresenta una differenza fondamentale: per i laici la politica è un passatempo; per i coloni religiosi è la loro vita intera. Ed è per questo che vinceranno loro.



