Il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, ha sottolineato durante un convegno a Roma l’importanza della diplomazia religiosa nel costruire ponti tra culture e religioni in un mondo segnato da conflitti e fratture. Secondo il porporato, la diplomazia pontificia e religiosa si distingue per la capacità di creare collegamenti laddove prevale la divisione, un’azione che si basa sull’amore e sulla ricerca della pace.
Dialogo come strumento di pace
“Senza dialogo – osserva Koovakad – non è possibile trovare, per mezzo dell’amore, la strada della pace”. La diplomazia religiosa, a differenza di quella interstatale, non si limita al rapporto tra Stati, ma apre all’incontro tra persone, culture e religioni diverse. Questo approccio, che si basa su una “vocazione relazionale”, ha una dimensione unica: non dispone di leve coercitive né di forza militare, ma si basa su un “soft power” in grado di orientare i comportamenti senza costrizione.
La diplomazia religiosa non si allinea a nessun blocco geopolitico
Il cardinale ha sottolineato che la diplomazia religiosa ha un orizzonte culturale ampio e non si allinea a nessun blocco geopolitico. Questo la rende un’alternativa alla diplomazia tradizionale, che spesso si basa su interessi nazionali. “Una diplomazia super partes”, ha detto Koovakad, “che punta alla conversione dei cuori e non alla conversione dei territori”.
Un’esperienza concreta in Senegal
Il cardinale ha citato un caso virtuoso in Senegal, presso l’Università Cheikh Anta Diop di Dakar, dove è stata creata una cattedra di ricerca in diplomazia religiosa. Il progetto, portato avanti congiuntamente da cattolici e musulmani, rappresenta un esempio concreto di come la collaborazione tra religioni possa contribuire alla pace e al dialogo. “Il dialogo – conclude Koovakad – è marturia, martirio: chi vuole costruire la pace deve essere in grado di diventare un martire del dialogo”. La diplomazia religiosa, come ha sottolineato il porporato, ha una continuità che si manifesta attraverso documenti come le encicliche Fratelli Tutti di Papa Francesco e Magnifica humanitas di Papa Leone XIV. Questi testi hanno rafforzato l’idea di una diplomazia che punta alla pace, alla giustizia e alla verità, in linea con le tre caratteristiche delineate da Papa Leone XIV nel suo primo discorso davanti al Corpo diplomatico.
Koovakad ha anche ricordato l’appello “mai più la guerra” di Papa Paolo VI e la Giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi, promossa da Papa Giovanni Paolo II. Questi momenti storici rappresentano un’evoluzione della diplomazia religiosa, che si concentra sempre più sul dialogo interreligioso e sulla cooperazione internazionale. La formazione di operatori di dialogo, come ha sottolineato il cardinale, è un’altra caratteristica fondamentale. Tra i relatori del convegno, anche l’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Ivan Soltanovsky, e l’ambasciatore del Giappone, Koji Abe, hanno contribuito a un dibattito internazionale su come la diplomazia religiosa possa essere un’alternativa alla guerra e alla divisione.



