Chacra, il Pinot nero trovato nel deserto, racconta una storia di ricerca, connessione con la natura e una visione del vino che va oltre la tradizione. Il progetto nasce da un’idea semplice: quanto possiamo sottrarci dal vino perché sia il luogo a parlare? Questa domanda ha guidato Piero Incisa della Rocchetta, vignaiolo e fondatore dell’azienda Chacra, nel suo viaggio attraverso la Patagonia argentina. Partito da Bolgheri, ha scelto di andare lontano, in un territorio apparentemente inospitale, per trovare un’identità diversa per il vino. Il risultato è un’azienda che si basa su una filosofia radicata nella biodiversità, nella natura e nella continuità genetica delle vigne.
Un vigneto del 1932 e una scelta di rischio
Il viaggio di Incisa ha iniziato con un’assaggio di Pinot nero proveniente dalla Patagonia, un vino che lo ha convinto a lasciare New York e prendere un aereo per l’Argentina. A Mainqué, nella valle del Río Negro, ha scoperto vecchie vigne di Pinot nero, alcune piantate nel 1932, su terreni limosi e sabbiosi. Queste vigne, sopravvissute in un ambiente arido, hanno rappresentato un’opportunità unica. «Dire «vigna del 1932», precisa Incisa, non significa però trovarsi davanti alle stesse identiche piante di quasi un secolo fa. È piuttosto una popolazione vegetale che attraversa le generazioni.» Il problema era comprarlo: Incisa racconta di essere tornato a New York e di avere venduto una parte della propria collezione di orologi per finanziare l’acquisto delle uve, delle bottiglie e dei tappi delle prime prove. Una scelta di rischio, ma che ha portato a un progetto unico. Da quella parcella nasce Treinta y Dos, uno dei Pinot noir simbolo di Chacra, e soprattutto quello che tiene insieme passato e presente dell’azienda.
Un approccio biologico e biodinamico
La conduzione è biologica e biodinamica, e l’azienda insiste sulla biodiversità e sulla vitalità del suolo come parti del proprio metodo agricolo. Sin Azufre, un vino che racconta meglio fin dove possa spingersi questa ricerca, è nato dopo un grave incidente avuto da Incisa nel 2013. Durante i mesi di recupero, attraversando quotidianamente i vigneti, cominciò a interrogarsi sulla distanza tra il lavoro fatto per ricostruire un ecosistema agricolo e l’abitudine a intervenire automaticamente una volta che l’uva entra in cantina. La domanda era elementare: che sapore avrebbe il vino se provassimo semplicmente a lasciarlo fare?
La squadra selezionò le uve, recuperò vecchie barrique, le scoperchiò e le utilizzò come recipienti di fermentazione. Su una botte comparve la scritta sin azufre, senza zolfo. Doveva essere un’indicazione pratica, è diventata il nome del vino. L’esperimento contiene una questione che supera la disputa, spesso ideologica, tra vini naturali e convenzionali. Riguarda il limite dell’intervento umano: «Il tuo condizionamento da vignaiolo è intervenire costantemente sul vino», racconta Incisa. Lasciarlo andare significa anche accettare una quota di imprevedibilità.
Un’azienda che si fida della natura
A Mainqué l’imprevedibilità è parte del mestiere. La Patagonia è lontana dai distretti vitivinicoli dove un guasto può essere risolto chiamando un tecnico. «Se si rompe la pressa durante lo Chardonnay non puoi aspettare quindici giorni che arrivi un pezzo dall’Italia». Per questo Chacra tiene ricambi, pompe e generatori di emergenza. Anche Jean-Marc Roulot, uno dei nomi più importanti di Meursault, ha dovuto impararlo quando ha iniziato a lavorare qui con Incisa. Oggi i due producono insieme gli Chardonnay della tenuta.
La collaborazione è iniziata nel 2016 con l’innesto dello Chardonnay su vecchie piante di Merlot e la prima vendemmia è arrivata l’anno successivo. Roulot porta la propria esperienza borgognona, senza tentare di trasferire Meursault in Argentina: «Non potevo semplicemente copiare e incollare il mio programma dello Chardonnay dalla Borgogna», ha spiegato a Decanter. Il Chacra Chardonnay 2024, per esempio, affina per undici mesi tra barrique francesi e anfore artigianali e arriva al 12 per cento di alcol. È un dettaglio che aiuta a capire dove sia arrivata la ricerca iniziata vent’anni fa con quel Pinot nero assaggiato a New York.



