Eni e la politica economica: il ritorno dello Stato imprenditore
Nelle mosse di Eni su carburanti e bollette si intravede il ritorno di un’idea delle partecipazioni statali: intervenire nella vita del Paese, oltre che produrre utili. Il governo, nel frattempo, ha dimezzato lo sconto sulle accise del gasolio, segnando una convergenza tra iniziative pubbliche e politiche economiche. Questo approccio, che si ispira alla tradizione democristiana e alla destra sociale da cui proviene Giorgia Meloni, si basa su una visione in cui lo Stato non è un ostacolo, ma un attore attivo nel mercato.
Un’idea di Mattei, un’azione di oggi
Il nome di Enrico Mattei, per Meloni, ha un significato domestico. Dopo averlo scelto come insegna della proiezione italiana in Africa, la presidente del Consiglio ne riscopre una lezione: l’impresa pubblica può diventare uno strumento di politica economica. Mattei considerava l’energia a prezzi competitivi una condizione dello sviluppo italiano. Il metano, le reti, gli accordi con i Paesi produttori dovevano allargare lo spazio di crescita dell’industria e l’autonomia della Nazione. Lo Stato torna a cercare protezione nei margini
Finora quella proprietà serviva soprattutto a presidiare gli asset strategici: ora diventa una leva sui prezzi, sui costi delle imprese, sul potere d’acquisto. Chi l’abbia deciso resta sfumato: Palazzo Chigi ha ringraziato Eni per l’iniziativa, come si ringrazia qualcuno per una scelta autonoma. La coincidenza con il taglio delle accise, però, dice più dei numeri: dove arretra il bilancio pubblico, avanza l’impresa pubblica. Lo Stato torna così a cercare nelle imprese che controlla una capacità di protezione che il bilancio fatica a finanziare.
La lezione migliore delle partecipazioni statali sta nella capacità di costruire sviluppo
Eni è una società quotata, con azionisti privati, investimenti da sostenere e concorrenti da rispettare. I sacrifici sui margini vanno valutati rispetto ai clienti acquisiti, ai volumi venduti, alla solidità futura. Gli amministratori rispondono all’interesse sociale, non alle urgenze di Palazzo Chigi. I distributori indipendenti, schiacciati dal confronto, pongono una questione di concorrenza; Bruxelles potrebbe chiedersi quanto di queste scelte sia imputabile allo Stato. La funzione pubblica richiede obiettivi trasparenti e risultati verificabili. Se diventasse la richiesta ricorrente di coprire le difficoltà del governo, consumerebbe proprio ciò che pretende di mobilitare.
Meloni ha dunque aperto una possibilità. Per darle spessore dovrà collegare il sollievo di oggi a investimenti, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività di domani. Mattei aveva un’idea dell’Italia prima ancora che un’idea dell’Eni: l’azienda era il mezzo, il Paese il fine. È questa la misura con cui giudicare il ritorno dello Stato imprenditore: quanta parte del futuro riesce a mettere in moto.



