Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, durante l’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un appello drastico: l’abolizione del diritto di veto riservato ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (P5). L’ONU, a suo parere, è paralizzata da un sistema che non risponde più alle esigenze di un mondo in rapida trasformazione. La domanda, sebbene sembri utopica, è supportata da dati concreti: negli ultimi tre anni, gli Stati Uniti hanno posto il veto a sette risoluzioni relative al conflitto israelo-palestinese, tra cui cinque che chiedevano un cessate il fuoco a Gaza. Il veto, inoltre, ha impedito al Consiglio di Sicurezza di approvare risoluzioni di condanna sulla guerra in Ucraina e ha bloccato risoluzioni relative al conflitto in Siria.
Un sistema in crisi
La struttura del Consiglio di Sicurezza, sviluppata ottant’anni fa, non è più in grado di rispondere alle complessità di oggi. La Carta delle Nazioni Unite, firmata il 26 giugno 1945, aveva l’obiettivo di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ma oggi il sistema appare inadeguato. La disfunzione del Consiglio di Sicurezza ha portato a conseguenze umanitarie gravi, come sottolineato da Oxfam in una campagna intitolata “Vetoing Humanity”. L’ONG ha messo in evidenza come il potere di veto ostacoli i processi di pace e minacci le leggi internazionali. Il potere enorme nelle mani del P5, come ha scritto il Direttore Esecutivo del Global Governance Forum Augusto Lopez-Claros, ha paralizzato l’ONU in un momento in cui le crisi globali richiedono una risposta efficace.
La riforma del sistema di sicurezza collettiva è un’idea che non ha mai trovato terreno fertile. La Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 108, stabilisce che qualsiasi modifica richiede il consenso di tutti i membri permanenti, un accordo che difficilmente si raggiungerà. Il tentativo di abolire il potere di veto della Russia, lanciato da Zelensky nel 2022, è rimasto senza risposta. La stessa Oxfam ha sottolineato che il sistema non è in grado di agire contro le potenze che lo ostacolano. La riforma, in questo senso, è praticamente impossibile, e l’unica via percorribile sarebbe il superamento della Carta delle Nazioni Unite e la creazione di un nuovo trattato.
Un futuro finanziariamente instabile
La situazione finanziaria dell’ONU è altrettanto critica. Gli Stati Uniti hanno versato 827 milioni di dollari, ma il debito accumulato supera i 5 miliardi. Il Segretario Generale António Guterres ha avvertito che il collasso finanziario minaccia l’erogazione dei programmi. Il prossimo Segretario Generale sarà eletto entro il 31 dicembre, con sette candidati tra cui quattro donne, un record. Tra i nomi in lizza c’è Rafael Mariano Grossi, attuale Direttore Generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e Macky Sall, ex presidente del Senegal. Chiunque prevarrà dovrà affrontare un’agenda estremamente complessa, con tensioni geopolitiche crescenti, conflitti armati, emergenze umanitarie e climatiche, e un livello di solidarietà globale che ha bisogno di restauro.
Il presidente turco ha sottolineato che il sistema attuale non è più compatibile con le realtà del mondo di oggi. Un solo paese non dovrebbe avere il potere di bloccare i desideri della più ampia comunità internazionale. La struttura del Consiglio di Sicurezza, sviluppata ottant’anni fa, non risponde più alle esigenze di un mondo in cambiamento. La volontà di oltre 190 nazioni è soggetta ai capricci di cinque paesi. La piattaforma di ricerca Diplomacy&Law ha sottolineato che il diritto di veto si è evoluto, passando da un compromesso costituzionale stabilizzante a una fonte strutturale di fallimento all’interno del sistema di sicurezza collettiva.



