Un processo per maltrattamenti ha visto emergere una situazione inaspettata: le testimonianze inizialmente presentate contro l’imputato sono state ritrattate in tribunale. La madre e la cugina della presunta vittima hanno rifiutato le accuse, definendo l’uomo come un “bravo ragazzo” e sottolineando che “ogni tanto beveva qualche birra in più, ma fa parte della famiglia”. La donna, che aveva denunciato il compagno per maltrattamenti due anni fa, ha affermato: “Non stavo con un assassino, lo conosco, lui deve solo smettere di bere”. Queste dichiarazioni, fatte durante l’udienza, hanno scosso le parti coinvolte e hanno messo in discussione la validità delle accuse inizialmente presentate.
Un caso da “codice rosso” che si svolta in tribunale
La vicenda aveva avuto un momento di svolta nell’estate del 2024, quando il fratello della donna aveva chiamato i carabinieri dopo aver visto l’ex cognato alla guida in modo, a suo dire, pericoloso. I militari, dopo l’intervento, avevano approfondito la situazione familiare e acquisito le conversazioni WhatsApp tra la donna e il compagno, rendendosi conto che si trattava di un caso da “codice rosso”. Tuttavia, oggi le stesse protagoniste della vicenda raccontano un’altra realtà. La cugina ha dichiarato: “Da trent’anni lui fa parte della nostra famiglia. Non ho mai visto episodi di violenza: è un bravo ragazzo”. La madre ha confermato: “Sta con mia figlia da quando aveva quindici anni. L’ho sempre conosciuto come un bravo ragazzo”.
Le testimonianze in contraddizione con le accuse iniziali
Le testimonianze, però, sono state contestate dalla pm, che ha richiamato quanto dichiarato dalle due donne ai carabinieri nel 2024. La donna aveva parlato di un uomo che, dopo essere arrivato sotto casa, aveva fatto manovre pericolose con l’auto, sgommando. La risposta alla pm è stata: “Sì, me lo avevano raccontato, ma non lo vidi direttamente”. Inoltre, la madre ha confermato di aver parlato ai carabinieri di segni sulle braccia, ma ha ritratto la sua dichiarazione: “Appena tocca qualcosa a lei viene un livido”. La donna ha anche ricordato alcuni litigi della coppia, in cui “ogni tanto si beveva qualche birra in più, a lei dava fastidio e c’erano un po’ di battibecchi”. Dopo la separazione, ha aggiunto, la situazione sarebbe cambiata: “Poi si è sempre comportato benissimo, mantiene la figlia, aiuta la compagna”.
Il quadro processuale resta dunque quello di accuse iniziali che, nel corso delle testimonianze, vengono in parte ridimensionate o rilette. La dinamica già emersa nell’udienza precedente, quando la stessa presunta vittima aveva definito “il classico spintone” uno degli episodi contestati, ha provocato la domanda della presidente del collegio, Elisabetta Meinardi: “Classico per chi?”. La donna ha anche raccontato del coltello preso durante una lite, aggiungendo però: “Lo so che non l’avrebbe usato, perché lo conosco”, e della benzina versata sui suoi abiti senza che venisse appiccato il fuoco.
Intanto l’imputato continua a essere sottoposto alla misura del divieto di avvicinamento che la stessa ex compagna aveva chiesto di togliere, ma la pm si era opposta. La pm aveva concluso: “È dipendente: non è in grado di proteggere se stessa e la figlia”. Il processo, quindi, si svolge in un contesto di contraddizioni e ritrattazioni, con le testimonianze che si modificano nel corso delle udienze. La verità, per ora, resta in sospeso.



