Marco D’Agostin, coreografo e performer, ha presentato durante il Festival Convergenze a Bologna un lavoro che si distingue per la sua capacità di sfidare la realtà attraverso la danza. Il titolo del lavoro, Il passo del cervo, è nato da un periodo di osservazione e studio di dieci giorni a Campolo, un borgo dell’Appennino bolognese, con il tutoraggio filosofico e politico di Andrea Chiloiro. L’obiettivo era esplorare dinamiche di spopolamento e ripopolamento delle aree interne, ma il risultato è un’esperienza artistica che va ben al di là delle semplici analisi sociologiche.
Una danza che non si ferma mai
Il lavoro di D’Agostin si distingue per la sua capacità di trasformare il corpo in una forma di resistenza e di ricerca. Lui stesso ha spiegato ad Arianna Brugnolo, la danzatrice principale, che “il danzatore si allena tutta la vita alla dissolvenza”, un concetto che si traduce in una pratica artistica in cui non esiste un punto di arrivo, ma solo un continuo movimento verso l’ignoto. Questo approccio si riflette nella struttura del lavoro, in cui ogni esercizio è costruito come un manifesto, con istruzioni precise e slogan che guidano il movimento del corpo.
Il lavoro si svolge in un ambiente minimalista, con un’arena quasi vuota, costumi contemporanei e una musica che sembra provenire da un cellulare. Questo crea un’atmosfera intima e intensa, in cui ogni passo è pensato al millimetro. Tra un esercizio e l’altro, D’Agostin legge lettere rivolte a diversi destinatari: gli organizzatori del festival, un’abitante di Campolo, un Marco diciannovenne, l’Appennino e infine a Arianna. Queste lettere spostano il movimento su diversi piani – politico, autobiografico, affettivo – e creano un dialogo tra l’arte e la realtà.
Un manifesto per una danza che non si ferma
Il lavoro di D’Agostin è un manifesto a favore di una danza che non si ferma mai, che non si limita a riprodurre la realtà, ma la trasforma. Lui stesso ha spiegato che “il desiderio di cambiare non si abbatte mai da fuori, e mai dall’alto”. Questo concetto si riflette nella struttura del lavoro, in cui ogni movimento è un invito a rompere i propri argini, a spostarsi, a andare sempre più lontano. La danza diventa un linguaggio di resistenza, un modo per sfidare le radici, i confini e le certezze.
Il lavoro si conclude con un riferimento al Disintegration Loop n. 1 di William Basinski, un frammento musicale che si deteriora nel tempo, producendo forme nuove ogni volta che si ripete. Questo simbolo perfetto per il lavoro di D’Agostin, in cui la perdita e la variazione si trasformano in una voglia di muoversi, di continuare all’infinito ad andare, ad andare, ad andare. Il lavoro di D’Agostin si colloca in un contesto di dialogo tra arte e realtà, in cui la danza non si limita a rappresentare, ma si pone in contrasto con essa. La sua pratica artistica si basa su un’idea di etica e estetica che si fondono in un’esperienza sensoriale e emotiva. La danza non è solo un atto di espressione, ma un processo di scoperta e trasformazione, in cui ogni movimento è un passo verso l’ignoto, un’apertura verso l’altro.
Il lavoro ha suscitato un forte interesse tra il pubblico e i curatori del festival, che hanno apprezzato l’originalità e la profondità del lavoro. La performance ha dimostrato come la danza possa essere un mezzo potente per sfidare la realtà, per creare una nuova realtà, per spostare i confini e i limiti. La danza non è solo un atto di resistenza, ma un invito a danzare, a muoversi, a andare sempre più lontano.



