Lidiya Liberman, attrice ucraina in Italia da anni, ha espresso un concetto chiave durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia: “Un calcio agli stereotipi”. La sua carriera, nata in Ucraina e sviluppatasi in Italia, è un esempio di come la vita reale, la famiglia e la passione per il cinema possano superare le aspettative e i pregiudizi. Nata a Vinnytsia, in Ucraina, ha iniziato a interessarsi al mondo del cinema fin da bambina, quando a cinque anni disse a sua madre che sarebbe diventata un’attrice e che avrebbe vissuto all’estero. Queste parole si sono avverate, portandola a vivere in Italia, dove ha costruito una carriera di tutto rispetto, lavorando con registi di grande calibro come Bernardo Bertolucci.
Un legame con l’Italia che inizia da bambina
Il legame con l’Italia è iniziato quando aveva undici anni, grazie a un progetto per i bambini nati nell’anno dell’incidente di Cernobyl. Fu accolta in una famiglia italiana a Pontecagnano Faiano, vicino a Salerno, un’esperienza che le ha dato una seconda casa. “Decisi di tornare in Italia ogni estate fino ai 18 anni”, racconta. A quindici anni, durante una gita a Roma, capì che lì voleva vivere. L’Italia le ha dato non solo un ambiente di lavoro, ma anche una profonda connessione con la cultura e la vita reale. “Guardavo i film di Sordi, Totò, Sofia Loren e Mastroianni, e cercavo i libri sul neorealismo di Rossellini, Antonioni e Fellini nei mercatini dell’usato”, ricorda. Per lei, il cinema italiano è un riflesso della gioia di vivere e dell’intensa bellezza dell’anima.
Un film che parla di accettazione e responsabilità
Attualmente, Lidiya è protagonista del film I figli della scimmia, un progetto che affronta con sensibilità il tema della disabilità. Il titolo riprende una favola di Esopo, ma il messaggio è moderno e universale. “Il film parla anzitutto dei rapporti umani e familiari, dell’accettazione dell’altro, del prendersi cura e della grande responsabilità che abbiamo come genitori e come persone verso i figli e verso gli altri”, spiega. La disabilità è parte del racconto, ma non è ridotta a un’immagine stereotipata. “Viene affrontata in un modo molto lontano dagli stereotipi a cui siamo abituati”, afferma. Lavorare con un attore tetraplegico, Andrea Aggio, ha insegnato a Lidiya a guardare le persone per ciò che sanno fare, non per ciò che non possono fare.
“È un vero attore, e lavorare con lui mi ha insegnato ad abbattere i pregiudizi”, dice. Il film, girato in pellicola con una troupe ridotta, ha creato un clima sereno e familiare sul set. “Con Riccardo Scamarcio e il regista c’è stata una sintonia immediata”, racconta. Lidiya spera che il film possa aiutare a superare i pregiudizi sulla disabilità. “Spero di sì”, conclude. Per lei, la cosa fondamentale è vedere queste persone per quello che sono e per quello che sanno fare, senza notare subito la disabilità.
La sua vita, però, non si limita al cinema. Lidiya ama la natura, la sua famiglia e la lettura. “Amo la vita reale, la natura, la mia famiglia, con i miei tre figli, e la lettura”, dice. Di recente ha letto La casa degli spiriti di Isabel Allende. La sua passione per il cinema e per la vita reale la portano a guardare il mondo con occhi aperti e curiosi, sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare.
- Disabilità e cinema: un tema delicato ma importante
- Un legame con l’Italia che inizia da bambina
- Un film che parla di accettazione e responsabilità



