La mostra di ProVita e Famiglia a Strasburgo, presentata come prova scientifica che la vita inizia con la fecondazione, ha suscitato dibattito. L’organizzazione, che si definisce come portatrice di una visione filosofica, utilizza un linguaggio scientifico per sostenere posizioni che non sono necessariamente supportate da evidenze empiriche. Il video “Baby Oliver”, proiettato a ciclo continuo, personifica l’embrione, attribuendogli un nome e una personalità, per sostenere l’idea che l’aborto sia l’eliminazione di un essere umano. Questa strategia, pur scientificamente corretta in parte, mira a costruire un consenso apparente, ma non è basata su dati oggettivi.
Un linguaggio che non è solo scientifico
La mostra, composta da 14 pannelli e un video, illustra con dettaglio il processo di sviluppo dell’embrione, ma utilizza espressioni evocative come “il dialogo nascosto con la mamma” per descrivere lo scambio chimico tra l’embrione e l’endometrio. Questa metafora, pur legittima, non implica una comunicazione intenzionale. Il video “Baby Oliver”, realizzato dall’organizzazione antiabortista statunitense Live Action, presenta l’embrione come una persona con diritti, attribuendogli un nome e una personalità. Questo approccio, pur scientificamente corretto in alcuni aspetti, mira a personalizzare l’embrione, rendendolo un soggetto con diritti.
Un’ecosistema di autorevolezza
La strategia di ProVita non è isolata: si inserisce in un fenomeno più ampio, in cui riviste peer-reviewed, società professionali e centri di ricerca adottano il linguaggio scientifico per sostenere posizioni filosofiche o etiche. Questo ecosistema, che si sta costruendo intorno alle organizzazioni anti-scelta, mira a creare un consenso apparente, anche se non è basato su evidenze scientifiche solide. L’articolo di Steven Andrew Jacobs, che ha condotto un sondaggio su migliaia di biologi, è stato utilizzato per sostenere l’idea che il 95 per cento dei biologi riconosca il concepimento come inizio della vita umana. Tuttavia, il sondaggio non ha chiesto ai biologi se il concepimento equivalga a una persona, e quindi il dato non è sufficiente a sostenere una posizione filosofica.
Il funzionamento di questa macchina è sottile: selezionare determinate evidenze, interpretarle in una direzione precisa, presentare come consenso ciò che è oggetto di discussione e soprattutto far apparire come conclusione scientifica ciò che la scienza, da sola, non può determinare. Questo fenomeno, noto come cherry picking, è stato osservato in riviste come Issues in Law & Medicine, che pubblica articoli che definiscono l’aborto come “male morale” e associano l’uso di contraccettivi ormonali a un rischio maggiore di aborto spontaneo. Questo tipo di approccio, pur utilizzando il linguaggio scientifico, non è basato su evidenze oggettive e può influenzare le decisioni politiche e giuridiche.
La scienza, come sottolinea il giornalismo scientifico, deve basarsi su evidenze e non su opinioni. Il peso attribuito alle diverse posizioni deve tener conto della solidità delle evidenze che le sostengono. Non tutte le opinioni hanno lo stesso grado di fondamento nella scienza. La mostra di ProVita, pur presentando dati scientifici, utilizza un linguaggio che va oltre la scienza, entrando nel campo della filosofia e della morale. Questo tipo di approccio, pur se non privo di interesse, non può essere considerato una base solida per la legislazione o per le decisioni giuridiche.



