Stefano Massini, in un monologo tenuto lo scorso 24 settembre nello studio di Piazzapulita, ha messo in scena una rappresentazione dell’immigrazione che, sebbene presenti un’idea di antirazzismo, si rivela in realtà un’altra forma di giustificazione dello sfruttamento. Il comico ha utilizzato personaggi storici e simboli comuni per rovesciare stereotipi, ma il risultato è un’immagine dell’immigrato come funzione economica, non come individuo. La sua performance ha suscitato dibattito, ma ha anche sollevato domande su come si possa conciliare l’antirazzismo con una visione del lavoro che riduce gli stranieri a braccia disponibili.
La riduzione dell’immigrato a funzione economica
Massini ha iniziato il monologo trasformando imperatori romani come Settimio Severo, Caracalla, Gordiano I e Filippo l’Arabo in una sorta di retrospettiva della comunità immigrata dell’antichità. Questo approccio ha avuto lo scopo di rovesciare il concetto di “straniero”, ma ha anche ridotto la figura dell’immigrato a una categoria definita solo dal luogo di provenienza. Successivamente, ha introdotto il personaggio di Bingo Bongo, un simbolo dell’immigrato stereotipato, e lo ha trasformato in una funzione: se se ne va, chi raccoglierà i pomodori? Chi farà il muratore, il facchino, il badante? La domanda non è più su chi è l’immigrato, ma su chi è necessario per il sistema economico.
La riduzione dell’immigrato a una funzione non è antirazzismo, ma un’altra forma di sfruttamento. La battuta sulla prostituzione, in particolare, ha portato il ragionamento al punto di rottura: se la sorella di Bingo Bongo lascia il marciapiede, «chi ci va? Tua sorella». La domanda non è più su perché una donna debba trovarsi in una situazione di vulnerabilità, ma su chi prenderà il suo posto.
La segregazione lavorativa e il problema dell’indispensabilità
La metà delle donne straniere occupate in Italia è concentrata in appena quattro professioni: badante, colf, addetta alle pulizie e cameriera. Questo fenomeno è definito da Istat come “segregazione lavorativa”. La presenza straniera in questi settori è reale, ma la trasformazione di queste professioni in “etniche” è una rappresentazione ideologica. L’immigrato non diventa socialmente necessario perché sa programmare un software o perché accetta un salario che altri rifiutano. La sua legittimità non dipende dal lavoro che svolge, ma dal ruolo che il sistema gli assegna.
La riduzione dell’immigrato a una funzione non è antirazzismo, ma un’altra forma di sfruttamento. Secondo l’Ocse, la dinamica di una popolazione che svolge lavori a basso valore aggiunto può contribuire alla scarsa accumulazione di capitale e alla riduzione della produttività del lavoro. Questo modello, in cui l’immigrato è visto come una risorsa disponibile, non solo riduce la sua dignità, ma anche la sua capacità di crescita. L’economia delle braccia, come viene definita, si basa su un modello produttivo che privilegia la disponibilità del lavoro a basso costo, a scapito della qualità e della produttività.
Il problema non è chi possa essere convinto o costretto a occupare quel posto, ma il posto stesso, cioè il modello produttivo che lo rende necessario. La domanda posta da Massini, quindi, non dovrebbe essere chi prenderà il posto dell’immigrato, ma perché il sistema si basa su un modello che riduce gli stranieri a funzioni economiche. L’antirazzismo non può essere un pretesto per giustificare lo sfruttamento, ma un’occasione per riconsiderare il ruolo dell’immigrato non solo come lavoro, ma come persona.



