Il 14 maggio 2026, cinque sub italiani sono morti durante un’immersione alle Maldive a causa di anossia, senza alcun segno di avvelenamento o attacco di squali, ha confermato la Procura di Roma dopo le autopsie sui corpi. I sub, tutti esperti, erano in immersione nella grotta dell’area di Vaavu, nei pressi di Alimathaa, quando hanno perso la vita per esaurimento delle scorte d’ossigeno. L’evento ha scosso l’opinione pubblica e ha acceso un dibattito su sicurezza e regolamentazione delle immersioni in acque profonde.
Le autopsie escludono cause esterne
Dopo le prime fasi di ricerca complicate dal maltempo e dalla complessa conformazione della grotta, i corpi dei sub sono stati recuperati e sottoposti ad autopsie. Gli esami medico-legali hanno escluso qualsiasi forma di avvelenamento, lesioni da attacchi di squali o traumi fisici. La causa del decesso è stata definita con certezza come anossia, ovvero totale mancanza di ossigeno. Gli esperti hanno ristretto il campo delle ipotesi, concentrando l’attenzione sul motivo per cui i sub si sono trovati intrappolati all’interno della cavità fino all’esaurimento delle bombole. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, richiedendo l’incrocio dei dati autoptici con le analisi tecniche sulle attrezzature e sui filmati delle GoPro recuperate. Queste indagini potranno chiarire eventuali responsabilità e ricostruire gli ultimi momenti della tragedia. Resta al vaglio degli inquirenti il rispetto dei limiti di sicurezza e dei permessi.
Le operazioni di recupero e i rischi
Le operazioni di ricerca hanno visto il coinvolgimento di speleosub esperti provenienti dalla Finlandia, necessari per localizzare i corpi nella sezione più interna della grotta. Il recupero della prima salma, quella della guida Gianluca Benedetti, ha costato la vita a un soccorritore locale. Le immersioni ricreative alle Maldive sono regolamentate con una quota massima di profondità di 30 metri, che è stata ampiamente superata dal gruppo.
Benché le autorità locali abbiano confermato l’esistenza di un’autorizzazione per attività di ricerca sui coralli molli, non è chiaro se il permesso coprisse l’esplorazione di quel sistema di grotte. L’Università di Genova ha precisato che l’uscita non rientrava in una missione ufficiale dell’ateneo, pur ricordando la vasta esperienza sul campo della professoressa Monica Montefalcone. La tragedia ha lasciato un segno profondo, non solo per le famiglie dei sub, ma anche per la comunità subacquea e per le autorità competenti. La ricerca di una risposta completa e verificabile continuerà, con l’ausilio di esperti e tecnologie avanzate, per comprendere appieno le cause e le responsabilità di un evento che ha sconvolto la comunità subacquea italiana.



