Il 7 ottobre tre anni dopo, il trauma dei kibbutz non è stato superato. Tra le comunità israeliane lungo la frontiera con la Striscia di Gaza, il ricordo dell’attacco di Hamas che ha ucciso centinaia di civili e rapito decine di ostaggi continua a fare parte della vita quotidiana. «Cerchiamo di svegliarci la mattina e di vivere normalmente, ma le persone che abbiamo perso sono sempre nei nostri cuori», racconta Dani Rahamim, sopravvissuto all’attacco al kibbutz Nahal Oz. L’esperienza di trauma, dolore e rabbia ha lasciato segni profondi, e per molti abitanti dei kibbutz, la vita sembra ancora influenzata da quel giorno.
Un trauma che non si è mai spento
Per i sopravvissuti, il 7 ottobre non è mai davvero finito. «Quando ho ballato e cantato all’ultima festa di indipendenza, ero felice, ma allo stesso tempo molto triste perché lei non c’era», dice Rahamim, parlando della sua amica Dikla Arava, uccisa nel massacro. Lui si è salvato barricandosi nella mamad, la stanza di sicurezza di casa sua, per più di 18 ore. Molti altri abitanti dei kibbutz hanno vissuto esperienze simili, con ferite fisiche e psicologiche che richiedono tempo per guarire.
Il trauma non si è mai spento, ma la vita prova a ricominciare.
Nonostante il dolore, i sopravvissuti cercano di tornare a una routine quotidiana. «Se mi avessi detto tre anni fa che tutti i miei figli e nipoti sarebbero tornati al kibbutz, ti avrei detto che eri pazzo. Ma ora sono tutti qui con me», dice Rahamim, che ha riportato la sua famiglia nel kibbutz dopo mesi di sfollamento. Il governo ha finanziato la ricostruzione delle abitazioni, e almeno 350 delle 500 persone che vivevano a Nahal Oz prima del 7 ottobre sono tornate. Tuttavia, per molti, il ritorno non è stato semplice. Alcuni abitanti di Be’eri e Kfar Aza, tra i kibbutz più colpiti, hanno deciso di non tornare. Altri hanno lasciato per sempre Israele.
La ricerca di pace e di giustizia
Per molti sopravvissuti, il trauma non è solo un ricordo, ma un motivo per cercare pace. «Pur condividendo questo approccio, gli abitanti dei kibbutz hanno maturato l’idea che l’unico modo per rendere davvero più sicuro il Paese nel lungo periodo fosse fare pace con tutti i suoi vicini, soprattutto con i palestinesi di Gaza», spiega Rahamim. I kibbutz, con il loro stile di vita pacifista e collettivista, hanno spesso aiutato i palestinesi, accompagnandoli in macchina agli ospedali israeliani per cure mediche. «Come ha fatto molte volte il marito di Dikla», racconta Rahamim.
La pace è vista come un’alternativa alla guerra.
La ricerca di pace non è solo un desiderio, ma una necessità per molti sopravvissuti. «L’errore peggiore che un esercito possa commettere è sottovalutare il nemico. Loro lo hanno fatto in modo clamoroso», dice Adele Raemer, sopravvissuta all’attacco del kibbutz Nirim. L’ex insegnante settantunenne è rimasta chiusa nella mamad con suo figlio per undici ore, finché l’esercito li ha fatti uscire. «Chiunque facesse parte del governo o fosse al vertice dell’esercito il 7 ottobre, nella tragedia in cui è stato ucciso il maggior numero di ebrei in un solo giorno nella storia moderna, avrebbe dovuto dimettersi molto tempo fa. È una vergogna», dice Raemer.
Il trauma dei kibbutz non è stato superato, ma la vita prova a ricominciare. Tra dolore, rabbia e speranza, i sopravvissuti cercano di ricostruire una normalità, anche se il ricordo del 7 ottobre rimane sempre con loro. Per molti, la pace è l’unica via per un futuro più sicuro e stabile. La ricerca di giustizia e di pace continua, anche se il cammino è lungo e difficile.



