Valentina Solari, 60 anni, madre di Nicola, un ragazzo in stato vegetativo da sei anni, racconta la sua quotidiana battaglia per il figlio. Dopo un incidente che lo ha ridotto in una condizione di grave compromissione neurologica, Valentina ha lasciato il lavoro per dedicarsi interamente alla sua cura. “Mi basta un suo sguardo, lotto per la sua dignità”, dice. La sua casa a Porto Santo Stefano, in provincia di Grosseto, è diventata un ambiente di cura e di amore, dove ogni gesto è una forma di assistenza.
La scelta di portare a casa il figlio
Nicola Consolandi, 28 anni, è precipitato da un’altezza di nove metri il 24 settembre 2020, battendo la testa sull’asfalto. La lesione cerebrale ha ridotto il ragazzo in uno stato vegetativo in cui appare sveglio ma non risponde agli stimoli. Dopo mesi di terapia intensiva e un percorso riabilitativo al centro Don Gnocchi di Scandicci, Valentina ha deciso di portare il figlio a casa. “Non lo avrei mai lasciato in una struttura di lunga degenza. Lì sarebbe diventato soltanto un numero”, spiega. A casa, invece, è trattato come un principe, con tutti i dispositivi necessari per la sua sopravvivenza.
Valentina non chiede che qualcuno le restituisca la vita di prima. Chiede soltanto che chi sceglie di assistere un caro a casa non venga abbandonato dalle istituzioni. La sua casa è diventata un presidio sanitario continuo, con una stanza trasformata in una terapia sub-intensiva. “Sono piena di dolori, ho due tutori alle braccia. Poi non mi curo, non c’è tempo”, racconta. La sua vita è completamente dedicata a Nicola, ma la stanchezza dell’anima pesa ogni giorno di più.
La sofferenza fisica e morale
Valentina vive ogni momento con il figlio, controllando il respiro, ascoltando i rumori e osservando ogni cambiamento. La sua casa è diventata un ambiente di cura e di amore, dove ogni gesto è una forma di assistenza. “Ora mi sono provata umanamente a un punto tale che mi dà fastidio persino fargli un’iniezione di eparina, perché vedo quanto è martoriato”, dice. Valentina ha anche dovuto affrontare interventi neurochirurgici per ridurre la pressione intracranica, con la rimozione di due porzioni della teca cranica. Valentina ha firmato l’intervento neurochirurgico, assumendosi ogni responsabilità. Ma come madre non poteva accettare di seppellire suo figlio senza la teca cranica. L’intervento riesce. E dopo quell’operazione, qualcosa cambia. Nicola comincia a mostrare piccoli segnali: muove il capo verso i rumori, risponde agli stimoli e soprattutto comunica con la madre attraverso gli occhi. “Quando gli parlo chiude gli occhi a lungo: quello è il suo ‘sì’”, dice Valentina, con un misto di dolore e speranza.
Valentina non parla soltanto di suo figlio. Parla delle migliaia di famiglie che ogni giorno assistono a casa persone con disabilità gravissime senza strumenti, risorse e sostegno sufficienti. “Il caregiver oggi è lasciato drammaticamente solo. Dal punto di vista economico, psicologico e sociale”, dice Valentina. La sua casa, con le foto del figlio nel pieno della sua vita e la scritta “In questa casa è bandita la parola ‘istituto’”, è un microcosmo di amore e resistenza. Valentina guarda il letto di Nicola e aspetta il suo prossimo sì.



