La crisi si diffonde in ogni angolo dell’Europa: Parigi brucia, Berlino trema, la Borsa di Milano frana. Ma se gli incendi sono nazionali, gli estintori e i mezzi di soccorso sono europei. È questa la lezione che Marco Taradash, nella sua newsletter “La Linea”, propone come strumento per affrontare le sfide dell’Unione. L’errore da non commettere, secondo l’autore, è ripristinare le frontiere che hanno indebolito il mercato europeo, cioè barricarsi in casa mentre il fuoco sale.
Un mercato che non è ancora unico
L’Europa ha proclamato il mercato unico nel 1993, ma trentatré anni dopo, il Parlamento europeo stima che le barriere rimaste equivalgano a un dazio medio del 44 per cento sulle merci e del 110 per cento sui servizi. Ogni Stato tiene il proprio estintore sotto chiave, come se ogni nazione fosse un’isola. L’idea di Luis Garicano, economista e ex eurodeputato, è semplice: se puoi vendere qualcosa a Madrid, devi poterlo vendere anche a Bruxelles. La proposta è importare la Commerce Clause, un pilastro della potenza economica americana, che impedisce a un stato di alzare una frontiera contro un altro.
Draghi e Letta: un’agenda per l’Europa
Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha mostrato cosa fare due anni fa. Il suo rapporto ha spiegato che all’Europa non mancano risparmio, ricerca o capacità industriale, ma la dimensione per trasformarli in competitività. Il Draghi Implementation Index ha registrato che circa il 16 per cento delle 383 raccomandazioni era pienamente attuato a luglio 2026, e oltre il 40 per cento almeno in parte. È poco rispetto all’urgenza, ma è la prova che la direzione è quella giusta. Enrico Letta, ex premier italiano, ha progettato un’idea simile: il 28esimo regime, un ordinamento europeo opzionale che permette a un’impresa di nascere direttamente sotto regole comuni. L’idea è diventata EU Inc., una proposta legislativa della Commissione. Tre formazioni culturali diverse – la politica economica di Draghi, il liberalismo istituzionale di Garicano e il cattolicesimo democratico di Letta – si uniscono per costruire un’Europa più integrata.
Un’Europa che cresce, non si divide
La popolazione invecchia, la difesa va ricostruita, la transizione energetica va finanziata, i giovani si sentono privati delle opportunità che i loro genitori hanno avuto. Serve produttività. La gran parte non dobbiamo inventarla: dobbiamo liberarla. La Banca Centrale Europea calcola che la sola crescita della dimensione delle imprese europee potrebbe recuperare circa un terzo del divario con gli Stati Uniti. Un’impresa nata a Torino può considerare Parigi, Berlino e Madrid come il suo mercato interno. Il paradosso da evitare è rispondere all’incendio ricostruendo le frontiere che hanno indebolito il mercato europeo, cioè barricarsi in casa mentre il fuoco sale. Non c’è nulla di inevitabile. Non dobbiamo scegliere fra mercato e welfare, fra competitività e solidarietà. La scelta è fra un’Europa abbastanza produttiva da finanziare il proprio modello sociale e una che, crescendo poco, sarà costretta a ridimensionarlo.
Un segnale positivo arriva anche da fuori. Dieci anni dopo Brexit, il Regno Unito ricomincia a parlare apertamente di ritorno. Il primo ministro Andy Burnham ha rimesso sul tavolo unione doganale, mercato unico e persino piena adesione. Il tabù è caduto. Un sondaggio YouGov di giugno dà il cinquantacinque per cento dei britannici favorevole al rientro; il cinquantotto per cento dei francesi e il sessantatré per cento dei tedeschi accoglierebbero bene il ritorno, anche se le maggioranze si assottigliano quando si parla di restituire a Londra le vecchie eccezioni.
Per l’Europa sarebbe la dimostrazione che la sovranità si esercita meglio dentro un mercato e una comunità politica più grandi. Il federalismo europeo appare oggi una possibilità più concreta. Non comincia da una Costituzione solenne. Comincia da una banca che finanzia un’impresa in qualunque paese dell’Unione, da una società che nasce europea invece che italiana o francese, da un prodotto che attraversa una frontiera senza cambiare regolamento. E comincia da un ponte che unisca senza dogane invisibili.



