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giovedì 8 Ottobre 2026

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Cronaca nera

Strage di Cutro, l’ammiraglio racconta la notte in cui nessuno uscì in mare

Al processo per naufragio colposo, l’ammiraglio racconta la notte in cui nessuno uscì in mare per salvare i migranti.

La notte del 25-26 febbraio 2023, un caicco con circa 180 persone a bordo, in gran parte afghane, si è spiaggiato a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, causando la morte di 94 persone, 35 delle quali minori. Al processo per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, l’ammiraglio Giuseppe Sciarrone, ex direttore marittimo della Calabria, ha raccontato la notte in cui nessuno uscì in mare per salvare i migranti. L’udienza, in corso al Tribunale di Crotone, ha visto la testimonianza di sei militari, tra cui quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, accusati di non aver risposto tempestivamente alla segnalazione di un caicco in pericolo.

La segnalazione di Frontex e la mancanza di risposta

Un aereo di Frontex aveva avvistato la barca la sera prima, intorno alle 22:30, a una quarantina di miglia dalla costa. Nelle sei ore successive, nessuna unità dello Stato la raggiunse. La segnalazione, pur essendo un’operazione di polizia, non fu considerata un evento di soccorso, e la Guardia di finanza prese in carico il bersaglio. La Guardia costiera, pur offrendo il suo aiuto, ricevette una risposta ambigua: «vi chiameremo se avremo bisogno». L’operatore della Finanza disse che andranno loro «mare permettendo», ma nessuno dei due unità riuscì a raggiungere il caicco.

Sciarrone ha spiegato che il caicco si poteva raggiungere, basandosi sui dati della boa dell’Ispra e sulle condizioni del mare. La Guardia costiera, a suo dire, non poteva accettare il rischio di spiaggiamento, poiché il principio di precauzione richiede l’intervento in ogni situazione di rischio. «Bisognava indicare evento Sar», cioè dichiarare il soccorso. Tuttavia, nessuno lo fece, nemmeno lui. «Se a mezzanotte e un quarto ci avessero detto “abbiamo un problema”», avrebbe cercato un mercantile nella zona e fatto uscire le proprie unità. Ma la Finanza non comunicava lo svolgimento delle sue operazioni, e il «mare permettendo» era una proiezione, non una certezza.

Le difese e la mancanza di prove

Le difese dei militari hanno sottolineato che, dalle immagini non c’era evidenza che a bordo ci fossero migranti. I testimoni della Guardia di finanza hanno spiegato che il «modello» previsto per gli avvistamenti di barche di migranti non fu compilato perché «non c’era alcuna evidenza» di trasporto di irregolari. Il tenente colonnello Giacomo Di Cosimo ha spiegato che la risposta termica c’era, ma era febbraio, e a bordo c’era un telefono satellitare. Il maggiore Antonio De Maria ha concluso che la barca era «da valorizzare», ma «per certi versi escludeva» migranti a bordo.

La difesa ha anche sottolineato che il report di Frontex parlava di «possible people», e che non era certo che si trattasse di migranti. L’avvocata Lidia Vicchio, parte civile, ha ribadito che «sul banco degli imputati ci sono uomini dello Stato, che dovrebbero muoversi innanzitutto per tutelare le persone, migranti o no». Il processo, intanto, continua con il suo calendario: si torna in aula il 9, il 16 e il 23 ottobre, e il controesame dell’ammiraglio è ancora da fare.

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