La ricerca dell’Osservatorio socio-pastorale della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, condotta su 1.412 studenti tra i 13 e i 19 anni, ha messo in luce un disagio diffuso tra le nuove generazioni. Il 33% degli intervistati vorrebbe restare nel territorio ma teme la scarsità di opportunità, mentre solo l’11% dichiara di voler rimanere con convinzione. Con il passare degli anni scolastici, la propensione a partire cresce: si passa dal 63,1% degli studenti delle prime classi all’83% di quelli delle quinte. La mancanza di prospettive e la percezione di favoritismi sono i principali motivi di allontanamento.
Una crisi di fiducia e di ascolto
La ricerca ha evidenziato una profonda crisi di fiducia tra i giovani e le istituzioni. Solo il 14,2% si sente realmente ascoltato, mentre famiglia e scuola rappresentano i principali punti di riferimento. Il 61,4% degli intervistati ha assistito a situazioni in cui l’accesso a opportunità è stato condizionato da favoritismi, e per il 70,5% questa realtà scoraggia chi si impegna e studia. Per don Pino Demasi, direttore dell’Osservatorio, il problema non è quanti giovani partiranno, ma perché sentono di dover partire.
La credibilità degli adulti è una forma di educazione
“Se insegniamo ai ragazzi che vale la pena impegnarsi, studiare e rispettare le regole, ma poi essi sperimentano una realtà nella quale il merito non viene riconosciuto, rischiamo una frattura tra ciò che diciamo e ciò che vedono”, afferma don Demasi. La credibilità degli adulti, in questo senso, diventa un elemento chiave per l’educazione. La Chiesa, in particolare, è chiamata a costruire speranza e responsabilità, non solo a accompagnare i giovani quando partono o a chiedersi come farli tornare.
Un invito alla corresponsabilità
La ricerca ha anche sottolineato l’importanza di creare spazi di corresponsabilità all’interno delle comunità cristiane. “Una Chiesa che vuole essere davvero sinodale non può limitarsi a fare qualcosa per i giovani, ma deve imparare a fare qualcosa con i giovani”, ha aggiunto don Demasi. L’Osservatorio ha richiamato l’attenzione su esperienze concrete di responsabilità, cittadinanza attiva e servizio, come l’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, la cura del territorio, la valorizzazione del volontariato e la conoscenza delle storie delle vittime innocenti delle organizzazioni criminali.
“La memoria deve diventare responsabilità. Altrimenti rischia di commuovere senza cambiare la vita”, ha sottolineato il sacerdote. La ricerca ha anche rivelato un segnale di speranza: i giovani chiedono ascolto, partecipazione, lavoro, giustizia e comunità. Prima di decidere se partire, vorrebbero poter credere che anche nella loro terra sia possibile costruire un futuro. L’indagine non dovrebbe esaurirsi in una pubblicazione o in una presentazione pubblica, ma diventare un percorso pastorale. Il direttore dell’Osservatorio ha chiesto di portare i risultati nelle parrocchie, negli oratori, nelle associazioni, nelle scuole e nei percorsi di pastorale giovanile, affinché “la speranza raccolta nei dati possa tradursi in scelte e opportunità concrete per le nuove generazioni”.



