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venerdì 9 Ottobre 2026

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Robot troppo simili a noi suscitano disagio. Bruno Siciliano: «Le macchine devono restare distinguibili dagli esseri umani»

Bruno Siciliano spiega perché i robot troppo simili agli umani suscitano disagio e chiede regole per la robotica.

Quando vediamo un robot troppo simile a noi, ci sentiamo a disagio. È il parere di Bruno Siciliano, professore di Robotica all’Università Federico II di Napoli, che ha espresso le sue riflessioni durante un dibattito sul futuro della robotica. Secondo Siciliano, le macchine devono restare distinguibili dagli esseri umani, altrimenti rischiano di generare diffidenza e inquietudine. Il tema è emerso in seguito all’esibizione di due robot umanoidi al Vogue World a Milano, dove la reazione del pubblico è stata prevalentemente negativa, con commenti come «fuori luogo» e «inquietanti».

La valle perturbante e la similitudine umana

Uno dei concetti più studiati quando si parla di robot e percezione umana è la «valle perturbante», teorizzata negli anni Settanta dal ricercatore giapponese Masahiro Mori. Secondo questa teoria, quando una macchina assume un aspetto troppo simile a un essere umano, la reazione iniziale è di spavento o diffidenza. Siciliano ha spiegato che il problema non è solo estetico, ma anche tecnologico e etico. «Per quale ragione dovrei comprare un robot umanoide, a che mi serve?», si chiede, sottolineando che la forma umana non è sempre la soluzione migliore per un compito specifico.

La forma non è sempre la risposta migliore

Secondo Siciliano, i robot utili non devono necessariamente somigliare agli esseri umani. «Se il compito è svuotare la lavastoviglie o prendere un piatto da uno scaffale, meglio una base mobile con le ruote: è inutile complicarmi la vita e prendere un robot con due gambe», ha sottolineato. Inoltre, la similitudine umana può portare a rischi di sicurezza, come l’equilibrio instabile o la possibilità di essere hackerati. «Un robot che si muove autonomamente può essere malfunzionante, manipolato o hackerato. Potrebbe far male a una persona», ha aggiunto.

Applicazioni utili e spettacolo tecnologico

La contraddizione è che le applicazioni più convincenti della robotica sono spesso quelle che danno meno spettacolo. A Pompei, ad esempio, due cani robot della Boston Dynamics vengono utilizzati per pattugliare l’area archeologica e raccogliere informazioni sugli scavi. «È come se avessi due guardie giurate», ha commentato Siciliano. Non devono sembrare persone, né intrattenere il pubblico. Devono semplicemente svolgere un compito che una macchina può fare bene.

La robotica europea e il caso Mirokaï

Un esempio di robot non umanoide ma utile è Mirokaï, sviluppato da una startup francese. È un umanoide alto circa un metro e 40 centimetri, con un corpo dalle proporzioni infantili e una testa che ricorda quella di un cerbiatto. La caratteristica più curiosa sono le orecchie, che si muovono quando ascolta. «Non è un vezzo: gli altri robot, quando non parlano, «sono fermi e sembrano morti», mentre lui «rizza le antenne e apre un canale di empatia che nessun essere umano potrebbe replicare»», ha spiegato Siciliano. Lo usano per accompagnare i bambini oncologici durante il percorso verso la risonanza magnetica o la radioterapia, dove i genitori e i medici non possono entrare.

Il professor Siciliano ha anche sottolineato l’importanza di un regolamento europeo per la robotica, come è stato fatto per l’AI Act e il Chips Act. «Dobbiamo sviluppare un regolamento europeo dei robot», ha concluso. «Un marchio CE anche per le macchine, come per ogni oggetto che compriamo, perché sono sicuri. È una forma di umanesimo tecnologico che parte da un principio semplice: la tecnologia si deve adattare alle nostre necessità, non viceversa. Grazie all’intelligenza artificiale potremo esprimere al meglio la nostra intelligenza naturale», ha aggiunto.

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