Washington ha spinto gli alleati a sfilarsi da una conferenza sulla disinformazione, con Canada, Lituania e Unione europea che hanno ceduto, mentre la Francia ha mantenuto il sostegno. L’evento, organizzato da EU DisinfoLab, ha visto la partecipazione di organizzazioni europee impegnate nella lotta alla disinformazione, ma la pressione americana ha portato a modifiche significative nel programma. La sottosegretaria Sarah Rogers, responsabile della diplomazia pubblica americana, ha guidato le pressioni per far sì che gli alleati non applicassero la stessa lente d’analisi utilizzata per Russia, Cina e Iran anche agli Stati Uniti.
La pressione americana e il ruolo di Sarah Rogers
La sottosegretaria Sarah Rogers, un’alta figura del dipartimento di Stato, ha svolto un ruolo chiave nel cercare di modificare la posizione degli alleati. Secondo fonti verificate, alcuni messaggi provenienti da Washington sembrano essere stati inviati proprio dal suo ufficio. Rogers, negli ultimi mesi, ha trasformato la diplomazia pubblica americana in uno strumento per promuovere posizioni vicine a quelle di Trump, in particolare in Europa. Il suo ufficio ha finanziato organizzazioni europee che seguono l’agenda di Trump, inclusa la lotta alla disinformazione e la difesa della libertà di espressione.
La pressione americana ha portato a modifiche significative nel programma della conferenza.
La conferenza e il panel contestato
La conferenza annuale dell’EU DisinfoLab si è tenuta a Vilnius senza il sostegno di Canada, Lituania e UE. Il motivo è un panel dal titolo inequivocabile: «USA as a FIMI threat: acknowledge, adapt, push back». FIMI sta per foreign information manipulation and interference, una definizione utilizzata dagli europei per indicare le operazioni di manipolazione e interferenza informativa straniere. Per anni, questa etichetta è stata applicata soprattutto a Russia, Cina e Iran. A #Disinfo2026, qualcuno ha posto la domanda se lo stesso schema potesse essere applicato anche agli Stati Uniti. Washington non ha apprezzato questa domanda e ha fatto pressione su Canada, Lituania e Francia affinché riconsiderassero la loro partecipazione. Tre funzionari americani hanno confermato l’attività diplomatica, e la Reuters ha visionato la corrispondenza relativa alle pressioni. Un documento interno citato dal Guardian mostra che Washington ha ringraziato la Lituania per avere preso «sul serio» le sue preoccupazioni.
Le spiegazioni degli alleati
Vilnius ha spiegato che alcune parti del programma non riflettevano la posizione ufficiale del governo. Il Canada ha parlato di modifiche alla partecipazione dopo cambiamenti nel modo in cui erano stati presentati alcuni panel. L’UE ha spiegato il ritiro del sostegno istituzionale con una formulazione non allineata alle proprie posizioni ufficiali. Il programma, però, era pubblico da mesi, e la conferenza non è stata cancellata. Il panel contestato si è svolto regolarmente.
La domanda non dovrebbe essere proibita in partenza.
La Francia ha mantenuto il sostegno alla conferenza, sostenendo che è un «laboratorio» utile a costruire le politiche europee sulla disinformazione. «Sosteniamo la società civile», ha spiegato una diplomatica francese a Reuters. Il caso #Disinfo2026 rischia di diventare una dimostrazione involontaria di uno dei problemi più difficili nella lotta alla disinformazione: decidere chi abbia il diritto di stabilire quali minacce possano essere studiate.



