La fucilazione di Trump e la ghigliottina di Camus rappresentano due momenti distinti ma interconnessi nella discussione sulla pena di morte. Il primo, un evento contemporaneo, e il secondo, un simbolo storico, si intrecciano in un dibattito che va oltre la semplice esibizione della violenza. L’idea di mostrare pubblicamente un’esecuzione, come quella programmata per il prossimo 3 dicembre per Nidal Malik Hasan, ha suscitato reazioni forti e dibattiti su come la società affronti la morte imposta dallo Stato. Il filosofo Albert Camus, noto critico della pena di morte, aveva già affrontato il tema con una lucidità provocatoria, mettendo in luce un paradosso che oggi appare più attuale che mai.
La spettacolarizzazione della morte e il potere dello Stato
Camus, nel 1957, con “Riflessioni sulla ghigliottina”, denunciava l’ipocrisia di una società che pretende di intimidire i criminali con la pena capitale, ma si sottrae allo sguardo dei cittadini. Se lo Stato rivendica il diritto di uccidere in nome della giustizia, allora non dovrebbe nascondere l’esecuzione. La sua critica si rivolge a una pratica che, pur pretendendo di essere esemplare, si sottrae alla luce pubblica, rendendo sopportabile l’esistenza stessa del boia. Il problema non è solo se sia lecito guardare un uomo mentre viene ucciso, ma se sia lecito ordinare che un uomo venga ucciso, pretendendo poi di non guardare.
La decisione del Pentagono di trasmettere in diretta la fucilazione di Nidal Malik Hasan ha suscitato orrore e polemiche. Una diretta può trasformarsi in un macabro rito di potenza, suscitare compiacimento e alimentare gli istinti peggiori. Tuttavia, Camus avrebbe avuto qualcosa di sorprendente da osservare. Per lui, l’esibizione del patibolo non era una celebrazione della forza dello Stato, ma una denuncia della sua violenza. La pena di morte, scrive, è il più premeditato degli omicidi. Diversamente dall’assassino, lo Stato conosce con precisione il giorno, l’ora e le modalità della morte che infliggerà. Organizza, dispone, prepara. E infine uccide.
La diretta come momento di responsabilità
Per questo, secondo Camus, una giustizia che si attribuisce il potere irreversibile di sopprimere una vita dovrebbe almeno trovare il coraggio di mostrarne le conseguenze. Non è un appoggio alla spettacolarizzazione della morte, ma un richiamo a una responsabilità morale. La diretta non è solo un evento, ma un momento in cui la società deve riconoscere ciò che preferirebbe ignorare. La fucilazione di Trump e la ghigliottina di Camus si intrecciano in un paradosso che va al cuore della giustizia: il potere di uccidere e il coraggio di mostrarlo.
La fucilazione di Trump e la ghigliottina di Camus rappresentano due momenti distinti, ma entrambi sollevano domande profonde su come la società affronta la morte imposta dallo Stato. Il dibattito non si limita alla forma dell’esecuzione, ma tocca il cuore del rapporto tra potere, giustizia e moralità. Il paradosso che Camus ha sottolineato resta attuale, e richiede una riflessione non solo politica, ma anche etica.
La pena di morte è il più premeditato degli omicidi. Lo Stato, con la sua organizzazione e premeditazione, infligge una morte che non è mai casuale. Questo rende la sua esibizione non solo un atto di potere, ma anche un atto di responsabilità. La società, attraverso la sua reazione, deve decidere se accettare questa forma di giustizia o se rifiutarla. La fucilazione di Trump e la ghigliottina di Camus sono simboli di un dibattito che non si conclude, ma si rinnova ogni volta che la pena di morte viene messa in discussione.



