Al Teatro Franco Parenti, dal 14 ottobre al 28 novembre, debutta “Cost of Living”, uno spettacolo che si propone di raccontare la disabilità senza retorica, ma con una profonda autenticità. L’opera, scritta da Martyna Majok, si distingue per un approccio che va oltre il pietismo, mettendo al centro la fragilità umana e la complessità delle relazioni. La regia è di Raphael Tobia Vogel, che ha curato l’allestimento con attori e collaboratori che hanno lavorato in modo intenso per rendere il racconto fedele alle esperienze reali.
La fragilità non è solo un tema, ma un modo di vivere
“Cost of Living” si concentra su quattro personaggi, tutti segnati da traumi o da forme di dipendenza fisica ed economica. I protagonisti vivono ai margini, isolati, e spesso temono di essere feriti. La regia, però, non si limita a rappresentare la sofferenza: si interroga sulle relazioni, sul potere e sull’importanza della cura. «Il rapporto è sempre biunivoco», sintetizza Vogel, spiegando che chi ha più potere non è per forza il più forte, e non ha meno bisogno dell’altro.
I personaggi di Majok non sono eroi, ma individui con desideri, difetti e complessità. John, un giovane con paralisi cerebrale, è arrogante e classista, mentre Ani, diventata tetraplegica dopo un incidente, è rabbiosa e vendicativa. Eddie, un uomo medio americano, mostra aspetti scurrili e maschilisti, ma arriva a lavare la moglie in una vasca da bagno con una delicatezza «quasi sacra». Jess, invece, si presenta a un colloquio per diventare l’assistente di John, ma ha bisogno di compagnia e di uno stipendio in un mondo in cui tutto costa troppo.
La cura come forma di connessione
La regia ha sottolineato come il tema della cura sia uno degli aspetti più significativi dello spettacolo. «Il testo è già molto crudo a suo modo: volevamo non perdere questo naturalismo», spiega Vogel. La cura non è solo un atto di assistenza, ma un modo per connettersi, per comunicare affetto o per rispondere a un bisogno. «Ti accorgi che ogni istante che passi con la tua neonata è un istante in cui quella vita ha bisogno totale della tua presenza, anche solo per sopravvivere», racconta il regista, riferendosi alla sua esperienza di padre.
Lo spettacolo mostra come la cura possa sbloccare lati di sé che fino ad allora non si conoscevano. «È ciò che accade a John e Jess: all’inizio sono distanti, ancora chiusi, ma a furia di prendersi cura di un corpo, sbloccano lati di sé che fino ad allora non avevano conosciuto», spiega Vogel. La lentezza e la nudità in scena non sono solo un elemento di disagio, ma una «lente di ingrandimento voyeuristica» su ciò a cui non pensiamo mai.
Per salvaguardare l’autenticità del racconto, la compagnia ha incontrato associazioni di persone con disabilità e con tetraplegia, tra cui l’associazione AUS Niguarda e l’APL, Associazione Paraplegici Lombardia. Alcuni dei loro membri sono venuti anche alle prove per dire se la direzione fosse credibile, anche nei movimenti che restituiscono gli spasmi della paralisi cerebrale. «Voglio invitare a non temere la propria fragilità», conclude il regista. Chi ha subìto marginalizzazione a volte fatica a empatizzare con quella altrui; vedere sul palco difficoltà più intense può invece aiutare a riconoscere in sé fragilità e solitudini mai ammesse, e ad aprirsi con compagne, genitori, amici.



