Max Proietti, studioso di psicologia criminale e autore del libro Gli occhi del male, ha espresso un’idea profonda e inquietante: «Quello che ci inquieta davvero dei serial killer è la loro normalità». Secondo l’autore, il pericolo entra nella quotidianità, rendendo più difficile riconoscerlo e combatterlo. La sua riflessione nasce da un’analisi approfondita del fenomeno del true crime, un tema che ha conquistato un pubblico vasto e, soprattutto, femminile. Proietti spiega che il bisogno di guardare la paura da una distanza sicura è spesso legato al desiderio di capire come una persona possa arrivare a fare del male, un interrogativo che lo accompagna ogni volta che inizia a studiare un caso.
La normalità come elemento di inquietudine
La normalità dei serial killer, spiega Proietti, è ciò che li rende più insidiosi. «Il fatto che alcune di queste persone, per anni, abbiano avuto un lavoro, dei vicini, una famiglia, una vita che vista da fuori sembrava normalissima» è la parte più disturbante, afferma. Noi abbiamo bisogno di pensare che il male si riconosca, che ci sia qualcosa nel volto o nel comportamento che lo segnali. Ma in alcuni casi, non c’è nulla di visibile a chi gli sta accanto. Questo crea una distanza tra la realtà e la percezione, un abisso che il true crime cerca di colmare.
Ed è questa la cosa che trovo più forte di quella storia: il pericolo entra nella quotidianità. Non devi andare in un luogo pericoloso, non devi incontrare qualcuno. Puoi semplicmente raccogliere o utilizzare un oggetto. È il caso dell’Unabomber italiano, un caso che ha suscitato grande interesse e che, per Proietti, è ancora oggi molto inquietante. L’assenza di un colpevole definitivamente accertato aggiunge un elemento di mistero e incertezza, che rende il caso ancora più potente.
Le vittime al centro del racconto
Proietti sottolinea l’importanza di non trasformare i serial killer in personaggi da ammirare, né le vittime in semplici statistiche. «Le confessioni vengono messe accanto alle prove, le versioni alle sentenze, e quello che sappiamo viene tenuto separato da ciò che negli anni è diventato racconto», spiega. Il focus è sempre sulle vittime, sulle loro vite e sulle conseguenze lasciate sui familiari. «Non devi andare in un luogo pericoloso, non devi incontrare qualcuno. Puoi semplicmente raccogliere o utilizzare un oggetto», dice Proietti, riferendosi al caso dell’Unabomber italiano.
Però credo ci sia soprattutto una domanda che torna continuamente: “Come può una persona arrivare a fare una cosa del genere?”. È quella che mi faccio anche io ogni volta che comincio a studiare un caso. E forse è proprio questo che ci tiene lì. Non tanto il sangue o il crimine in sé, quanto il tentativo di capire qualcosa che ci sembra completamente fuori dalla nostra logica. Studiando e raccontando le vite dei profili più complessi della storia criminale, c’è un tratto comune, che la impressiona più di altri: la normalità. Il fatto che alcune di queste persone, per anni, abbiano avuto un lavoro, dei vicini, una famiglia, una vita che vista da fuori sembrava normalissima.
Proietti ha anche sottolineato che, nel true crime, succede una cosa abbastanza assurda: alla fine tutti conoscono il nome dell’assassino e magari nessuno ricorda quello delle persone che ha ucciso. «Poi per me c’è un’altra regola fondamentale: separare sempre quello che sappiamo da quello che ipotizziamo. Se una cosa è documentata, la posso dire. Se è una teoria, devo dire che è una teoria. Soprattutto quando si entra nella parte psicologica, dove il rischio di fare diagnosi a distanza o di dare spiegazioni semplicistiche è enorme.»



