A Cherokee, in Alabama, circa duemila persone si sono ritrovate in un evento di inaugurazione per la nuova fabbrica Factory 4, realizzata da Hadrian, una startup che sviluppa sistemi di produzione automatizzati per l’industria militare. L’evento, celebrato con un slogan che evocava il ritorno al lavoro, ha visto la partecipazione di politici, investitori e dirigenti delle grandi aziende della difesa. La fabbrica, che dovrebbe produrre componenti per i sottomarini nucleari della marina, rappresenta un tentativo di rilanciare l’industria locale, in un territorio segnato dal declino industriale. Tuttavia, il ritorno delle fabbriche non è solo un simbolo di progresso, ma anche di una contraddizione: il lavoro si riduce, ma i benefici economici dell’automazione restano incerti.
Un’altra rivoluzione tecnologica
L’automazione, come altre grandi rivoluzioni tecnologiche, ha il potere di trasformare radicalmente la vita delle persone. Tuttavia, il suo sviluppo è così veloce da comprimere in un periodo breve trasformazioni che in passato richiedevano anni o decenni. Questo crea una situazione in cui i benefici non sono immediatamente visibili, mentre i costi e le conseguenze si fanno sentire. Secondo Hadrian, i lavoratori senza una lunga esperienza nel settore possono imparare a gestire più macchine contemporaneamente in meno di un mese. La tecnologia, però, non risolve solo i problemi di produttività: la domanda cruciale rimane su chi beneficia dei guadagni economici e come si distribuiscono i vantaggi.
Le autorità locali si aspettano la creazione di quasi novecento posti di lavoro nei prossimi anni, ma non è chiaro se questi posti saranno sufficienti a migliorare le condizioni di vita delle comunità locali. La questione di come distribuire i vantaggi economici dell’automazione rimane aperta, e questo è un problema che si ripete da secoli.
La tecnologia non è sufficiente da sola a produrre progresso.
Storia e futuro: tra ludditi e innovazione
La storia offre esempi di come le rivoluzioni tecnologiche hanno sempre portato con sé conflitti e tensioni. Nel XIX secolo, l’introduzione dei telai meccanici mise in crisi migliaia di tessitori, causando proteste e movimenti come quello dei ludditi. La meccanizzazione, sebbene avesse creato nuove opportunità, ha anche ridotto i redditi reali di molti lavoratori. Derek Thompson, in un articolo su The Argument, ha sottolineato che il progresso non nasce solo da una tecnologia, ma da una combinazione di scoperte scientifiche, investimenti pubblici e decisioni politiche. La stampa, ad esempio, ha avuto un impatto enorme, ma solo grazie a una serie di riforme e normative è diventata un strumento di progresso sociale. La stessa logica potrebbe applicarsi all’intelligenza artificiale. Sebbene l’automazione possa aumentare la produttività e creare nuovi posti di lavoro, il rischio è che i benefici siano concentrati in poche mani, mentre i costi ricadano sui lavoratori.
Il progresso nasce quando le società sviluppano gli strumenti necessari a orientare l’innovazione.
In California, il governatore Gavin Newsom ha firmato una serie di leggi sull’uso dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro, tra cui il No robo bosses act, che impedisce alle aziende di affidare esclusivamente a un sistema automatizzato la decisione di licenziare o sanzionare un dipendente. Queste norme affrontano alcuni rischi dell’ia sul lavoro, ma lasciano aperta la questione di come distribuire i benefici economici dell’automazione.



