Paolo Kessisoglu e Silvia Rocchi hanno sottolineato come i ragazzi di oggi vivano sotto una pressione enorme, spesso senza la libertà di sbagliare. L’attore, padre di Lunita, ha detto che i figli moderni temono di deludere i genitori, un timore che non esisteva quando lui era adolescente. «Secondo me oggi sono più i nostri figli ad avere una paura enorme di deludere i genitori, di non farcela, perché pensano di non essere all’altezza», ha affermato. La coppia, che ha fondato l’associazione C’è da fare, ha spiegato come la tecnologia e la comunicazione costante tra genitori e figli creino una situazione di ansia e controllo, che può limitare la crescita personale dei giovani.
Un passo in avanti rispetto ai genitori
Paolo Kessisoglu ha ricordato come, da adolescente, fosse un «po’ problematico» e non avesse mai detto ai genitori che si sentiva male. «Nessuno aveva il coraggio di dire di essere triste», ha spiegato. Oggi, invece, i ragazzi mostrano la loro tristezza, anche se non sempre lo verbalizzano. «I nostri figli ci mostrano la loro tristezza. Magari non lo verbalizzano sempre, ma non hanno paura di mostrarsi per quello che sono», ha sottolineato. L’attore ha anche ricordato come, da ragazzo, fosse iperattivo e non riuscisse a stare seduto a scuola, causando problemi ai genitori. «Ero un ragazzo che reagiva, che mandava tutti a quel paese», ha detto, con un tono di ironia.
La tecnologia ha reso i genitori più vicini ai figli, ma anche più ansiosi. «Rispetto ai nostri genitori abbiamo strumenti che ci consentono, e spesso ci spingono, a sapere dove sono i nostri figli, a geolocalizzarli, a sapere in ogni momento che cosa stanno facendo. C’è troppa ansia sui ragazzi», ha affermato. Questo controllo, però, rischia di togliere loro una parte di libertà. «I figli devono avere anche la libertà di sbagliare, di fare delle cose senza renderci necessariamente partecipi, di avere una parte della loro vita che non conosciamo», ha sottolineato. Anche una cosa banale, come marinare la scuola, oggi è quasi impossibile, grazie al controllo digitale. «Nostro figlio non può più farlo senza che noi lo sappiamo praticamente in tempo reale», ha spiegato.
La relazione genitore-figlio e il ruolo dei genitori
La coppia ha anche parlato del ruolo dei genitori nel supporto dei ragazzi. «Dobbiamo imparare a stare fuori dalla porta», ha detto Silvia Rocchi, aggiungendo che è importante essere presenti senza invadere lo spazio personale dei figli. «Quando si apre la porta, dobbiamo farci trovare. E dobbiamo lasciare che il loro malessere sia il loro. Altrimenti rischiamo di aggiungere anche il nostro disagio al loro», ha spiegato. La pressione sui ragazzi, però, non è solo legata alla tecnologia. «Viviamo in un momento storico in cui la tecnologia ci dà l’impressione di poter controllare tutto», ha detto Paolo Kessisoglu, ricordando come la sua generazione non avesse mai avuto quel tipo di controllo.
La sofferenza adolescenziale non è sempre facile da distinguere da una normale tristezza. «Un calo del rendimento scolastico che si protrae troppo a lungo, il progressivo ritiro dalla vita sociale, il fatto che un ragazzo smetta di uscire o di frequentare gli amici: sono tutti segnali che meritano attenzione», ha detto. Queste spie vanno però discusse con chi fa questo mestiere: psicoterapeuti, psicanalisti, neuropsichiatri infantili e dell’adolescenza, figure che dovremmo considerare alla stregua del pediatra sotto casa. «Non c’è a volte il rischio di patologizzare troppo anche una normale tristezza», ha aggiunto Silvia Rocchi. «La tristezza fa parte della vita. Senza questa emozione non potremmo riconoscere la gioia. Bisogna quindi accettarla e attraversarla, naturalmente facendo attenzione che non diventi patologica. Come diceva Paolo, i segnali di un disagio possono essere molteplici. Solo quando diventano più di uno, oppure quando si protraggono in maniera particolarmente continuativa, allora è giusto preoccuparsi e chiedere aiuto.»



