Oggi il carcere è una guerra civile, e per dare vita a cambiamenti e progetti di emancipazione vanno coinvolti anche gli agenti di polizia penitenziaria. È il tema centrale dello spettacolo teatrale “Agenti”, scritto e diretto da Mimmo Sorrentino, regista teatrale e drammaturgo. L’idea nasce da una lunga esperienza di lavoro in carcere, dove Sorrentino ha portato il teatro a contatto con le persone detenute, ma solo ora ha deciso di concentrare l’attenzione su chi custodisce il carcere: gli agenti. Nove di loro, vestiti da se stessi, interpretano le loro storie e le loro emozioni, mettendo in scena una realtà spesso nascosta.
Un carcere dentro di noi
Lo spettacolo si basa su un concetto profondo: il carcere non è solo un luogo fisico, ma una metafora di qualcosa che portiamo dentro. «Il carcere è la protesi di qualcosa che ci portiamo dentro», spiega Sorrentino. L’uomo, infatti, costruisce protesi del suo corpo, come il cucchiaio o la freccia, e il carcere è una protesi che tutti portiamo, a volte senza rendersene contanto. Attraverso gli agenti, Sorrentino parla di questa realtà interiore, di come ognuno di noi possiede un carcere dentro, e di come il teatro può aiutare a esplorarlo.
Il carcere è una guerra civile in cui non ci sono confini. Questa frase, detta da un agente, sintetizza l’esperienza di chi lavora in carcere. «In carcere c’è chi la guerra ce l’ha in testa, sia tra i detenuti sia tra gli agenti. E c’è chi vorrebbe starsene in pace, ma non può starsene in pace, visto che c’è la guerra», racconta un attore. L’esperienza di lavoro degli agenti è spesso sottotraccia, ma intensa: «Gli agenti vedono uno scontro quasi sempre non palese, ma sottotraccia, tra i civili che vanno in carcere e loro che sono lì a “reprimerli”», spiega Sorrentino.
La catarsi e la ricerca
Lo spettacolo affronta temi drammatici, come l’autolesionismo e i tentativi di suicidio, che sono in aumento anche tra la polizia penitenziaria. «I suicidi sono in aumento anche tra la polizia penitenziaria», dice un agente. «Se ci pensi, finisci con il pensare che ammazzarsi è possibile». Questo concetto, pesante e tostissimo, è stato reso visibile attraverso le parole degli attori, che raccontano la loro quotidianità in un ambiente in cui la vita è spesso in bilico. «Il carcere è un posto dove è più facile morire che rieducare», afferma Sorrentino, sottolineando l’impatto psicologico e sociale del sistema.
Il teatro permette di essere chi non si è. «Qualsiasi attività teatrale in carcere funziona perché permette a qualcuno di essere chi non è», spiega Sorrentino. Il detenuto vuole questo, e il teatro lo aiuta a raggiungerlo. «Nello spettacolo si ha una percezione vera, credibile, realistica dal loro racconto», afferma un attore. Gli agenti spiegano che tipo di rapporto instaurano con i detenuti nel momento in cui ci entrano in relazione, come va ad influire sulla loro vita privata e familiare. Ed ecco che il detenuto smette di essere un numero o un fenomeno.
Lo spettacolo ha già avuto diverse repliche in luoghi come il teatro Puccini a Milano, l’Università La Sapienza di Roma e il teatro Cagnoni di Vigevano. «Sono venuti tantissimi operatori esterni al carcere a vedere Agenti», dice Sorrentino. «Una delle cose che mi ha molto colpito è la sensazione che, per loro, questo spettacolo era necessario». Lo spettacolo, infatti, permette di vedere il carcere non attraverso la retorica, ma attraverso le parole e le emozioni degli agenti. «Non c’è la retorica del corpo, vi è la grande difficoltà e la motivazione nel fare questo lavoro», afferma Sorrentino.



