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Peter Nagy, artista e gallerista tra New York e New Delhi, è morto a 67 anni

Peter Nagy, artista e gallerista statunitense, è morto a 67 anni. Tra New York e New Delhi, ha lasciato un segno indelebile nell’arte contemporanea.

Peter Nagy, artista, curatore e gallerista statunitense, è morto il 13 ottobre 2026 all’età di 67 anni. NATO a Bridgeport, nel Connecticut, Nagy ha vissuto due stagioni molto diverse dell’arte contemporanea: la New York post-concettuale degli anni Ottanta e, dagli anni Novanta in poi, la costruzione di una nuova visibilità internazionale per la scena artistica indiana. La notizia della sua scomparsa, avvenuta dopo una lunga malattia, è stata comunicata da Nature Morte, la galleria da lui fondata e diretta, con sedi a New Delhi e Mumbai. In Italia il suo nome è relativamente poco conosciuto, ma nell’area anglofona e soprattutto in Asia Nagy è stato una figura di primo piano.

Un’esperienza tra New York e l’arte indiana

La galleria Nature Morte lo ha ricordato come una presenza «Senza paura, irriverente e selvaggiamente libera», sottolineando la sua insofferenza per le convenzioni ma anche la sua innata abilità nel costruire relazioni durature con gli artisti. La galleria ha inoltre fatto sapere che, secondo una sua precisa volontà, gli spazi resteranno aperti e le mostre in programma proseguiranno. Nagy ha fondato la galleria nel 1982 insieme all’artista Alan Belcher nell’East Village di New York, un luogo emblematico per la scena artistica alternativa. Lo spazio rimase attivo fino al 1988 e divenne un punto di riferimento per artisti come Steven Parrino, Gretchen Bender, Cady Noland, Louise Lawler, Sherrie Levine e Robert Gober.

Le opere di Nagy negli anni Ottanta mescolavano collage, immagini tratte da libri d’arte, planimetrie, loghi e materiali pubblicitari, spesso sottoposti a successive riproduzioni Xerox. La copia diventava il tema stesso del lavoro: Nagy si interessava a ciò che accadeva all’immagine quando veniva replicata, degradata, ingrandita e privata progressivamente dell’informazione originaria. In serie come International Survey Condominiums, le cronologie della storia dell’arte venivano sovrapposte alle planimetrie dei musei, mettendo in discussione i meccanismi attraverso cui l’arte viene organizzata, classificata e trasformata in sistema.

Un trasferimento decisivo verso l’India

Il passaggio decisivo arrivò nel 1992, quando Nagy si trasferì a New Delhi. Cinque anni dopo, nel 1997, riaprì Nature Morte nella capitale indiana, trasportando in un contesto molto diverso l’esperienza accumulata nella New York degli anni Ottanta. In un sistema allora ancora fortemente concentrato sulla pittura, Nagy portò un modello fondato sulla sperimentazione, sul rigore curatoriale e su un rapporto continuativo con gli artisti. Nature Morte iniziò a sostenere pratiche concettuali, installative, fotografiche, scultoree e legate ai nuovi media, contribuendo a connettere la produzione indiana con il circuito internazionale.

Nel corso degli anni Nagy ha lavorato con alcuni dei nomi destinati a diventare centrali nell’arte contemporanea indiana, tra cui Subodh Gupta, Bharti Kher, Jitish Kallat, Mrinalini Mukherjee e L. N. Tallur. Nel 2024 è stato aperto uno spazio a Mumbai, mentre nell’agosto 2026 la galleria ha inaugurato una nuova sede permanente a Gulmohar Park, a New Delhi. Proprio qui Nagy aveva curato The Evolution of the Soothsayer, grande progetto in due parti dedicato ai trent’anni della galleria in India e costruito attraverso circa 35 artisti del suo percorso storico. La seconda parte è in programma dal 22 ottobre al 12 dicembre 2026.

Nonostante il successo di Nature Morte, la produzione artistica di Nagy non si è mai interrotta. Dopo le opere in bianco e nero degli anni Ottanta, il suo lavoro si è aperto a pittura, installazione e linguaggi più ornamentali, con riferimenti barocchi, rococò e orientalisti. Nel 2020 Jeffrey Deitch gli ha dedicato a New York Entertainment Erases History, mostra realizzata in collaborazione con Magenta Plains che ha contribuito a riaccendere l’attenzione critica sulla sua produzione. Le sue opere sono entrate nelle collezioni di istituzioni come Whitney Museum, Metropolitan Museum of Art e Museum of Contemporary Art di Los Angeles.

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