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sabato 17 Ottobre 2026

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Giudice utilizza l’Intelligenza Artificiale, il collega lo assolve

Un giudice cagliaritano ha usato l’Intelligenza Artificiale per redigere un provvedimento, ma il collega lo ha assolto. La sentenza suscita dibattito tra magistrati e avvocati.

Un giudice cagliaritano ha utilizzato l’Intelligenza Artificiale per redigere un provvedimento, ma il collega lo ha assolto. La decisione della Corte d’Appello di Cagliari ha suscitato dibattito, soprattutto dopo che l’Associazione nazionale forense ha definito il caso un esempio di «due pesi e due misure». Il giudice, beccato a farsi aiutare dal cervellone, ha sottolineato che non ha delegato l’interpretazione all’algoritmo. La sentenza, respinta l’impugnazione, ha riconosciuto che l’uso dell’IA era limitato all’ausilio redazionale e non alla delega del giudizio.

Un uso dell’IA limitato all’ausilio redazionale

La Corte d’Appello ha chiarito che l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale era limitato all’ausilio redazionale e non alla delega del giudizio. Il provvedimento, redatto con l’aiuto di un sistema generativo, conteneva una frase come «Perfetto. Ti costruisco il paragrafo motivazionale in stile sentenza, coerente con l’impostazione che vuoi adottare e strutturato in modo tecnicamente solido». Una frase, come ha sottolineato un avvocato, da mani nella marmellata, che smaschera un uso improprio dell’algoritmo. Tuttavia, il giudice ha sottolineato che l’attività interpretativa e valutativa è rimasta in sua autonomia. Non ha delegato l’interpretazione all’algoritmo. Il giudice ha chiarito che l’uso dell’IA era limitato a un supporto redazionale, non a una sostituzione della sua autonomia professionale. L’algoritmo ha aiutato a strutturare il testo, ma non ha preso decisioni o interpretazioni. La sentenza ha riconosciuto che il giudice ha mantenuto il controllo del processo decisionale.

Un caso che suscita dibattito tra magistrati e avvocati

L’Associazione nazionale forense ha visto nel caso un esempio di «doppiopesismo giudiziario», visto che i legali sono stati più volte condannati per atti contenenti «allucinazioni» artificiali, come riferimenti a sentenze inesistenti. Giampaolo Di Marco, segretario generale di Anf, ha sottolineato che la decisione appare platealmente contraddittoria rispetto a precedenti sanzioni inflitte agli avvocati per l’uso improprio dell’IA. «L’avvocatura sarebbe autorizzata a stigmatizzare a sua volta quanto compiuto dalla magistratura», ha commentato.

La materia è delicata e in questi mesi è stata oggetto di discussioni. I legali sono stati condannati «per colpa grave» dopo aver inserito in una memoria sentenze della Cassazione inventate dall’IA. L’uso dell’algoritmo, se non controllato, può portare a figuracce bibliche, poiché la giustizia viene esercitata sulla pelle dei cittadini. La Corte d’Appello ha riconosciuto che l’uso dell’IA non implica la delega del giudizio, ma solo un ausilio redazionale. «Chiedere a un sistema di presentare in forma più chiara una conclusione già autonomamente raggiunta è un’operazione diversa dall’affidargli il compito di stabilire chi abbia ragione», ha spiegato un esperto del sito Salvis Juribus. L’aspetto diventa fondamentale quando si parla di sentenze, dove i protagonisti sono giudici e magistrati.

Usare il server di Open-AI significa consegnare un atto ufficiale dello Stato italiano nelle mani di soggetti privati, come Sam Altman. L’aspetto è scottante e richiede un approfondimento laico, senza demonizzare l’algoritmo. L’IA potrebbe non essere condizionata dal rumore mediatico o dalle infatuazioni politiche. Il dibattito, tuttavia, rimane aperto e richiede una reciproca comprensione tra magistrati e legali nell’evoluzione digitale.

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