Il dialogo tra Susan Sontag e John Berger, avvenuto nel 1983 durante una puntata della trasmissione britannica *Voices*, è diventato un libro breve ma denso, pubblicato da Saggiatore e tradotto da Maria Nadotti. Il titolo del volume è *Raccontare una storia*, e i due autori, coloro che ci parlano da quelle pagine, sono Sontag e Berger. Il tema del “noi”, dell’altro, della comunità, fa da specchio naturale a quello dell’oralità, che attraversa la conversazione fin dal principio e ne costituisce il tratto più distintivo e originale.
Un incontro che ha scritto la storia
Il dialogo nasce da un incontro inatteso a Aspen, Colorado, nel 1974, durante la ventiquattresima Conferenza internazionale di design. Sontag e Berger, che non si erano mai incontrati prima, si trovano a confrontarsi su temi comuni: la fotografia, la letteratura, l’esperienza umana. La discussione, inizialmente nata come reazione a una proiezione di immagini di guerra e povertà, si evolve in un dibattito profondo e duraturo. La decisione di interrompere il programma del convegno e di aprire una conversazione pubblica segna l’inizio di un rapporto che si svilupperà nel tempo, attraverso lettere, scambi di idee e un dialogo che si estende per oltre ventiquattro anni.
La voce, forse, è la cosa più preziosa di questo piccolo volume. Una doppia voce che sembra davvero di udire, grazie alla traduzione di Maria Nadotti, capace di conservare intatta la qualità del parlato. Esitazioni, riprese, deviazioni, ripensamenti, interruzioni reciproche, frasi pronunciate mentre ancora si svolge il pensiero: tutto è presente, come se il lettore assistesse al dipanarsi vivo di un ragionamento. La conversazione non è una trascrizione, ma un’esperienza viva, che si svolge direttamente sotto gli occhi o, meglio ancora, dentro l’orecchio.
Il racconto come forma di resistenza
Una storia, dice Berger, è una sorta di doppio «riparo», in primo luogo fisico, perché è come «una specie di casa»; in secondo luogo, funge da scudo contro l’oblio, è in grado di sottrarre le cose all’indifferenza. Per Berger le storie vengono dal mondo, per Sontag nascono dentro, sono interiori. Ciò che più conta, per chi scrive romanzi, aggiunge Sontag, non è testimoniare un’esperienza, ma allargarne i confini. «Mi interessano le fantasie morali», afferma. «Persino la fantascienza morale». Le differenze tra i due, anche le più marcate, sono sempre articolate, complesse, mai manichee.
«Non penso che abbiamo meno scelte oggi», dice Sontag. «Ma chi è il “noi” qui?», la provoca allora Berger, mettendo ancora una volta l’accento sulla comunità, sul “villaggio”, l’insieme polifonico di sguardi di cui noi stessi, spettatori del loro dialogo, finiamo per fare parte. Il tema del “noi”, dell’altro, della comunità, fa da specchio naturale a quello dell’oralità, che attraversa la conversazione fin dal principio e ne costituisce il tratto più distintivo e originale. Prima di interrogarsi sulle ragioni per cui si scrivono storie, Berger e Sontag si chiedono perché gli esseri umani abbiano cominciato a raccontare, quale rapporto esista tra il racconto orale, l’esperienza condivisa e la nascita della letteratura.



