Cesare Cremonini ha definito «Amateur uno dei più grandi fallimenti della sua carriera», un progetto che ha spezzato qualcosa dentro di lui e che non cerca di soddisfare le aspettative del pubblico. L’album, presentato a Londra in un incontro con la stampa e concluso con un showcase allo Shepherd’s Bush Empire, rappresenta un distacco netto dal percorso precedente del cantautore bolognese. «Volevo che esistesse un luogo in cui si parlasse di musica senza condizionamenti», ha spiegato Cremonini, sottolineando come il suo nome e cognome potessero distorcere l’essenza del lavoro.
Un ambiente creativo unico
L’album è nato nello Studio 13 di Damon Albarn, uno spazio legato all’universo dei Gorillaz. Lì, Cremonini ha trascorso un mese con la sua band, sperimentando con strumenti e suoni insoliti. «Non avrei mai realizzato un disco del genere in uno studio diverso da quello», ha detto, sottolineando come l’ambiente avesse contribuito a determinare l’identità dell’album. L’obiettivo era diverso rispetto ai suoi lavori precedenti: lavorare con la band, cercare un suono e completare le canzoni in studio, recuperando un metodo che appartiene a una tradizione precedente alla centralità della produzione digitale.
Un approccio diverso alla musica
Cremonini ha spiegato come il tempo dedicato allo studio del sassofono abbia influenzato la sua scrittura e la sua visione del lavoro. «Se questo disco esiste è perché ho iniziato a studiarlo», ha detto, descrivendo come il tempo dedicato alla pratica si sia trasformato in un mantra che ha aiutato a concentrarsi sul piacere di fare musica. L’idea di «Amateur» è legata a questa ricerca di libertà e di distacco dagli obblighi accumulati nel corso della carriera. «L’amateur ha una grande forza, che è quella di poter dire no e riprendere quando può, senza paletti», ha spiegato.
Il discorso si è allargato al funzionamento dell’industria musicale contemporanea e al peso degli algoritmi. «Quando ci hanno raccontato che il digitale avrebbe liberato la musica, era una stupidaggine», ha detto Cremonini, sottolineando come il digitale abbia ingabbiato la musica. L’obiettivo del disco è di aprire porte, non di riflettere immagini familiari. «Non voglio più che un disco sia uno specchio: deve essere una porta», ha concluso.
Collaborazioni e visioni diverse
La ricerca di un suono più diretto e di rottura ha portato a collaborazioni significative, su tutte quella con Donny McCaslin, sassofonista statunitense che ha suonato su Blackstar di David Bowie. «Il sound di McCaslin è stato fondamentale per l’album», ha spiegato Cremonini. Tra i collaboratori anche Salmo, Fabri Fibra, Malika Ayane e Morgan, anche se non accreditati ufficialmente. «Volevo delle lame affilate, volevo andare oltre il manierismo», ha detto, descrivendo come le collaborazioni abbiano contribuito a una scrittura più incisiva.
La voce di Malika Ayane, in particolare, ha avuto un ruolo importante. «Avevo bisogno della femminilità in questo disco», ha spiegato Cremonini, descrivendo come la voce di Ayane racconti «le cose piccole, le cose nascoste, le cose che non vediamo». L’immagine di Sig, il teschio dorato sulla copertina, rappresenta una parte della sua personalità che può diventare ingombrante nel percorso verso il successo. «Penso che ognuno di noi abbia un Sig dentro che a un certo punto diventa troppo ingombrante e vada allontanato», ha concluso.



