Il 15 ottobre 2026, l’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi ha partecipato a Dritto e Rovescio, un programma televisivo generalista, durante il quale ha sostenuto l’idea che i musulmani possano mentire in televisione grazie alla pratica della taqiyya. Questa affermazione, fatta senza alcun contraddittorio o verifica da parte del programma, ha suscitato dibattito e preoccupazione per la diffusione di una narrazione islamofoba, che si basa su una interpretazione distorta di un concetto religioso. La taqiyya, originariamente concepita come forma di protezione per i musulmani in situazioni di pericolo, è stata trasformata in un presunto strumento di manipolazione da parte di media e politici, contribuendo a una visione distorta dell’islam.
La taqiyya: un concetto religioso in contesto di disinformazione
La taqiyya è un concetto derivante dal Corano, che si riferisce alla possibilità di nascondere la propria fede in situazioni di pericolo. Secondo la tradizione sunnita e sciita, il versetto 16:106 è spesso citato per giustificare questa pratica, riferendosi al caso di Ammar ibn Yasir, costretto a rinnegare l’Islam sotto tortura. Tuttavia, la taqiyya non è un’istruzione generale per mentire, ma una eccezione concessa in casi specifici, come il pericolo di morte o la perdita dei propri beni. Gli studiosi, come Moojan Momen, la descrivono come una misura di protezione, non un meccanismo per ingannare gli altri.
La diffusione di una narrazione islamofoba
Dopo l’11 settembre 2001, la taqiyya è diventata un termine spesso utilizzato in contesti islamofobi, spesso associato a teorie del complotto e a una visione distorta dell’islam. Raymond Ibrahim, un divulgatore islamofobo, ha contribuito a questa diffusione, sostenendo che l’Islam autorizzi a ingannare gli infedeli. Questa visione, però, è contraddetta dagli studi accademici, che mostrano come la taqiyya non sia un’istruzione generale, ma una risposta a situazioni estreme. Seyfeddin Kara, in un volume su linguaggio mediatico, ha sottolineato come media e politici abbiano trasformato la taqiyya in un presunto strumento di controllo, alimentando una narrativa distorta.
La posizione di Susanna Ceccardi, che ha utilizzato la taqiyya per giustificare le dichiarazioni di alcuni ospiti televisivi, ha rafforzato questa narrazione, senza alcuna verifica. Questo tipo di approccio, che attribuisce la verità a pregiudizi, contribuisce a una disinformazione diffusa, che si alimenta attraverso la mancanza di fact checking e di contraddittorio in trasmissioni generaliste. La conseguenza è una maggiore radicalizzazione e un aumento del razzismo, che si diffonde attraverso la televisione.
La responsabilità dei media e la necessità di informazione verificata
La mancanza di verifiche e di contraddittorio in trasmissioni come Dritto e Rovescio ha reso possibile la diffusione di una narrazione islamofoba, che si basa su una interpretazione distorta di un concetto religioso. Questo fenomeno non è nuovo, ma si è intensificato dopo l’11 settembre, quando la taqiyya è diventata un termine di uso comune in contesti di disinformazione. La responsabilità dei media è fondamentale per evitare che tali narrazioni si diffondano senza controllo. La verità, come ha sottolineato un articolo su BUTAC, non deve essere confusa con pregiudizi, e la verità deve essere verificata, non presunta.



