Per rimanere a vivere nei paesi, serve una filiera che funzioni. È il tema su cui si concentra il progetto Un Paese Ci Vuole, nato nella Valle del Belice e che si propone di trasformare il lavoro della restanza in un’organizzazione sostenibile. L’obiettivo è dare continuità alle relazioni costruite durante gli incontri, trasformandole in una struttura capace di accompagnare imprese e professionisti delle aree rurali. L’esperienza di Pasquale Bonsignore, fondatore dell’azienda Incuso, ha dato origine a questa iniziativa, che si è sviluppata attraverso un percorso per diventare un Ente del Terzo Settore.
La comunità come base per la responsabilità
«Il senso di comunità si declina nel senso di responsabilità che ogni componente riesce, non solo a percepire, ma anche a trasmettere a chi entra a far parte della comunità», ha detto Riccardo Felicetti, del Pastificio Felicetti, che sostiene il progetto. L’idea è che la comunità non sia solo un concetto astratto, ma un’entità concreta in cui ogni individuo ha un ruolo e una responsabilità. Questo concetto è stato affrontato durante un incontro alla Collegiata di Castelvetrano, ispirato a “Il cammino della comunità di Adriano Olivetti”.
Le filiere agricole e la sostenibilità del lavoro
La filiera agricola è al centro del dibattito, non solo per il prodotto finale, ma per l’organizzazione del lavoro e il valore che una filiera riesce a trattenere sul territorio. L’azienda Incuso ha visto nascere da un’idea di salvaguardare gli uliveti abbandonati e di creare un’organizzazione che renda sostenibile il lavoro. L’esperienza ha portato a una riflessione più ampia: per far vivere le comunità, serve un’organizzazione che permetta di abitare le aree rurali, con proposte per l’agricoltura e la ristorazione. Il tema della restanza richiede occupazione qualificata e condizioni di lavoro adeguate. Se il legame affettivo con un paese può motivare una scelta a renderla praticabile, devono necessariamente esserci anche le prospettive economiche. Enza Macaluso, ricercatrice dell’Università di Palermo e parte della rete RIFAI, e Floridiana Ventrella, impegnata con Lavoro a Sud nell’orientamento dei giovani, hanno affrontato il rapporto tra aspirazioni professionali e opportunità locali. Per i giovani, il lavoro non è solo un’attività, ma un’opportunità per rimanere nei luoghi d’origine.
Un percorso per rendere accessibili le competenze
Il passaggio dal confronto alle proposte è avvenuto nei gruppi di lavoro riuniti sotto gli ulivi di Castelvetrano. Per le filiere agroalimentari sono emersi ostacoli precisi: produttori frammentati, complessità burocratica e distanza tra competenze agrarie e capacità gestionali. Da qui l’ipotesi di uno sportello unico, fisico o digitale, attraverso cui orientarsi tra informazioni e bandi e incontrare professionisti capaci di accompagnare l’avvio di un’impresa. Una proposta che risponde a un problema operativo: avere un terreno o conoscere una coltura costituisce solo una parte delle competenze necessarie a costruire un’attività.
La ristorazione è entrata nel confronto come settore produttivo, con le sue difficoltà nel rapporto tra formazione e lavoro quotidiano e nel coinvolgimento delle nuove generazioni. I partecipanti hanno proposto una raccolta sistematica di dati ed esperienze da cui ricavare interventi aderenti alle condizioni delle imprese. È stata avanzata anche l’ipotesi di uno statuto speciale per il comparto, accompagnato da una revisione delle regole contrattuali e fiscali, un’idea ancora da sviluppare, con strumenti normativi o misure definite.
Il programma annunciato prevede incontri diffusi nei territori nell’arco dei prossimi dodici mesi, per raccogliere bisogni e collegare esperienze che lavorano separatamente. Per i primi sei mesi è prevista inoltre la mappatura dei potenziali sostenitori e l’avvio delle collaborazioni formali, basandosi su criteri condivisi che impegnano la futura organizzazione: coerenza etica verificabile, autonomia progettuale e benefici misurabili per le comunità coinvolte. La prova del nuovo percorso arriverà con la capacità di rendere accessibili le competenze e accompagnare attività che possano durare. Per un produttore, questo può significare trovare assistenza per un bando, per un giovane professionista, riconoscere nel proprio territorio uno spazio di lavoro. Offrire strumenti per cambiare attivamente le cose è l’ambizione del progetto, che speriamo sia una promessa abbracciata da un gruppo sempre più nutrito di persone e realtà.



